C’è una lavagna

[Flussi]

C’è una lavagna che attende di essere cancellata.

La polvere di gesso sente che la sua ora è giunta, chiude gli occhi e si aggrappa al nero più forte che può, con tutta la tenacia che gli permettono le sue dita di solfato di calcio.

Calamite e cartoline si abbracciano e si dicono addio, versano lacrime che cadono su un pavimento lontano ed evaporano immediatamente.

Parole e disegni scrivono testamenti, memoriali, autobiografie che consegnano ai posteri, che non si dica che sono andate via senza lasciar traccia.

Un cancellino avanza con il capo chino, coperto d’un cencio scuro che ne nasconde il volto; con un po’ d’attenzione se ne può percepire il tremolio, l’indecisione del boia.

La lavagna guarda fisso di fronte a sé, intenzionata a sopportare il dolore e la perdita con la dignità d’una dea, con la fermezza d’una lastra di ardesia.

C’è una lavagna che attende di essere riscritta.

Corso di comunicazione: approfondimenti

[Varietà]

Pausa e storia.

Tutti sorridenti, mi raccomando, sfoggiamo denti di nylon per far contente le fronti spaziose, ariose, che ci fissano come se fossimo i personaggi di un videogioco in procinto di passare di livello.

Annuiamo diverti e fingiamo d’essere affetti dal morbo di Alzheimer, non perdiamoci neanche una pellicina dei quattro aneddoti riproposti con gli stessi cambi di tonalità.

Godiamoci la novità: un’abbondanza di volgarità nauseabonda, servita solo per riempire il nulla, per riempire le pance.

E come diceva Rockefeller.

Qui si allenano gli dei.

Ve lo giuro su mio figlio.

Questa volta sono in imbarazzo.

Questa volta ho il vomito.

Sindacalismi

[Varietà]

Udite udite!

Squillino le trombe!

Si dispieghino i tappeti sdruciti!

Che entrino gli sciagattatori del senso comune!

Facciano il loro ingresso gli sciorinatori dei vuoti a rendere!

Date il benvenuto agli srotolatori delle arringhe di pluriball!

Al tavolo della fuffa troverete posate satinate e tegami caldi, tovaglioli di superlativi e taglieri d’avverbi.

Accomodatevi e gustatevi questa perdita di tempo che solletica le papille e appassisce le palle.

Non

[Varietà]

Eh

oh bellino

cos’è quello sguardo lì?

Quel luccicore rimettilo in tasca, che è meglio.

Che non è mica il caso

che non sei mica il caso

che mica ti puoi permettere

di essere ciò che non sei.

Non è che adesso arrivi tu

splendido splendente

e fai del mondo ciò che ti pare.

Eh, no

non si fa così.

Dai retta a me

che sono venuto prima di te

e so

come non fare.

Appuntamento alle 16

[The One]

– Alle 16 hai una appuntamento.

– Con chi?

– Con me. Vestiti bene.

– Dove andiamo, a una cena di gala?

– Non te lo dico, ma non ci puoi venire in tuta e canottiera.

– Dovrei farmi una doccia.

– Ce la facciamo poi stasera. Dai, cambiati.

– Ok, ok. Mi metto tutto giallo, ti piace?

– Sono tutta un fuoco.

– Sono abbastanza elegante per dove dobbiamo andare?

– Si dai, vai benissimo, spicciati.

– Arrivo, arrivo. Ma dove andiamo?

– Non te lo dico ho detto

– Aspetta, mi stavo dimenticando le scarpe.

– Intanto chiamo l’ascensore.

– Eccomi. Era tutto quello di cui avevo bisogno, sai?

– Cosa?

– Un appuntamento alle 16 con te.

La ricerca 5

[Varietà]

Una morbida schiumetta bianca si stava dissolvendo con tutta calma, mentre un giovane paguro riemergeva lesto dalla rena. Muoveva le zampe con decisione, lo sguardo fisso sull’obbiettivo, deciso a raggiungerlo prima della prossima onda. All’improvviso tutto si fece buio. Il paguro imprecò.

A qualche granello di distanza la bambina lanciava palettate di sabbia verso il bagnasciuga senza curarsi di chi avrebbero colpito, o ricoperto. La sua attenzione era tutta rivolta alla voragine sotto i suoi piedi e al progetto, immane nella sua testa, della buca che stava realizzando. Tra le mani una paletta, di quelle d’élite con manico di legno, affondava con foga nella sabbia, scavando all’interno dell’ovale che la bambina aveva disegnato con il piede.

Superato il primo velo di sabbia asciutta e abbrustolita dal sole, lo scavo era arrivato a uno strato più umido e solido, una grana più grossa, sassosa e scura pesava sul piatto della paletta e si ritrovava improvvisamente esposta ai raggi ultravioletti, sparsa senza troppa grazia lontana dalla fossa.

La bambina procedeva nei suoi movimenti frenetici senza guardarsi intorno, quando con un gesto deciso asportò una quantità di sabbia tale che dovette prendere il manico con entrambe le mani per poterla tirare fuori. Dal fondo della buca comparve dell’acqua.

La bambina fissò per qualche secondo il laghetto sotterraneo in miniatura, che pian piano erodeva i bordi di sabbia, prima di dare ancora un paio di palettate decise al fondo dello scavo. Il diametro dello specchietto d’acqua aumentò, ma in poco tempo fece crollare una porzione di bordo; la bambina piantò la paletta nella spiaggia asciutta, accanto alla buca, e si diresse contrariata verso il mare, calpestando un certo cumulo di sabbia dal quale si sentì distintamente provenire una maledizione in antico Pagurese.

Nuovi contenuti disponibili

[Flussi]

Cerco parole che parlino di me

trovo solo immagini difficili, retoriche, già masticate

spulcio distratto in attesa di una conferma

tra le dita echi di cortile che raggiungono il me bambino rannicchiato in un angolo lontano

come se non volessi giocare con loro

come se niente mi assomigliasse.

Tu lo sai?

[Flussi]

Dove porta quest’eterno battibecco tra cinismo e dolore, che muove le dita,

le lacrime,

che tira giù le serrande e tira dentro i panni,

che lascia solo piccoli spiragli da cui sbirciare ciò che capita all’esterno,

al sicuro,

nel proprio pantano?

Quanto costa questa scostante comunicazione di vasi comunicanti,

accomunati,

solo da una striscia di DNA, niente più che un elenco di colori,

di ricordi,

che sfumano nel nulla?

Come finirà questo delirante saliscendi senza meta,

senza senso,

che si tuffa dal bordo di uno foglio e fa pluf in un mare calmo,

oleoso,

e rimane sul pelo dell’acqua, come una piuma,

come un senso di colpa?