Non

[Varietà]

Eh

oh bellino

cos’è quello sguardo lì?

Quel luccicore rimettilo in tasca, che è meglio.

Che non è mica il caso

che non sei mica il caso

che mica ti puoi permettere

di essere ciò che non sei.

Non è che adesso arrivi tu

splendido splendente

e fai del mondo ciò che ti pare.

Eh, no

non si fa così.

Dai retta a me

che sono venuto prima di te

e so

come non fare.

La ricerca 5

[Varietà]

Una morbida schiumetta bianca si stava dissolvendo con tutta calma, mentre un giovane paguro riemergeva lesto dalla rena. Muoveva le zampe con decisione, lo sguardo fisso sull’obbiettivo, deciso a raggiungerlo prima della prossima onda. All’improvviso tutto si fece buio. Il paguro imprecò.

A qualche granello di distanza la bambina lanciava palettate di sabbia verso il bagnasciuga senza curarsi di chi avrebbero colpito, o ricoperto. La sua attenzione era tutta rivolta alla voragine sotto i suoi piedi e al progetto, immane nella sua testa, della buca che stava realizzando. Tra le mani una paletta, di quelle d’élite con manico di legno, affondava con foga nella sabbia, scavando all’interno dell’ovale che la bambina aveva disegnato con il piede.

Superato il primo velo di sabbia asciutta e abbrustolita dal sole, lo scavo era arrivato a uno strato più umido e solido, una grana più grossa, sassosa e scura pesava sul piatto della paletta e si ritrovava improvvisamente esposta ai raggi ultravioletti, sparsa senza troppa grazia lontana dalla fossa.

La bambina procedeva nei suoi movimenti frenetici senza guardarsi intorno, quando con un gesto deciso asportò una quantità di sabbia tale che dovette prendere il manico con entrambe le mani per poterla tirare fuori. Dal fondo della buca comparve dell’acqua.

La bambina fissò per qualche secondo il laghetto sotterraneo in miniatura, che pian piano erodeva i bordi di sabbia, prima di dare ancora un paio di palettate decise al fondo dello scavo. Il diametro dello specchietto d’acqua aumentò, ma in poco tempo fece crollare una porzione di bordo; la bambina piantò la paletta nella spiaggia asciutta, accanto alla buca, e si diresse contrariata verso il mare, calpestando un certo cumulo di sabbia dal quale si sentì distintamente provenire una maledizione in antico Pagurese.

Corso di comunicazione

[Varietà]

Un palcoscenico illuminato da luci al neon, sedie in polipropilene distanziate con cura, un pubblico vestito da parata, con i colletti troppo stretti e i colori a mezz’asta.

Un bambolotto di pezza, incrostato di brillantina secca, fa il suo ingresso in scena senza che venga accolto neanche dall’eco d’un applauso. Il pupazzo indossa una maschera dagli occhi piccoli e un gran sorriso, e la maschera ne copre il volto, ne cela l’espressione, eppure non ne nasconde l’odore. Emana un afrore pungente, come di agrumi e barzellette sconce, un profumo ipocrita che si fa largo tra narici e sinapsi, alla ricerca di una consistenza che ricordi il pongo.

– Signore e Signori, oggi impareremo a parlare! Muti non sarete più, i vostri gesti avranno finalmente un senso, i vostri silenzi saranno carichi di significato!

Comincia uno spettacolo fatto di luoghi comunissimi, frasi fattissime e concetti talmente triti, da essere fini come polvere che si sperde nella sala e che si posa sulle teste del pubblico, mescolandosi alla forfora.

Del bambolotto non si vede mail il vero volto, se non in brevi momenti in cui si mette di tre quarti e dallo spiraglio della maschera si intuisce il profilo di un volto acre, denti stretti che stridono tra loro, due occhi sprezzanti da giudice vendicativo.

Lo spettacolo va avanti senza intoppi, il sorriso sulla maschera regge, le parole fluiscono regolari.

Un applauso strascicato e giù il sipario.

Poche parole

[Flussi]

Poche parole, di quelle giuste, che si tengono la mano una accanto all’altra, che messe in fila formano uno skyline perfetto; solo poche parole, un’elemosina richiesta al vento, nella perenne attesa di un treno che non arriverà mai.

Un viaggio senza meta alla ricerca di quel paesaggio di parole,

rincorrendo la propria schiena,

a braccetto con i propri demoni,

nel silenzio di una carrozza vuota,

nel vuoto di un foglio bianco.

Poche parole, di quelle giuste, dammele tu,

tu che puoi,

tu che vuoi.