Accade oggi

[Varietà]

Risme di ricordi

riemergono riottose

ringhiano sul ring

poi riposano sulle coste della riviera.

Rigoli di ricordi

a volte ridicoli

come un rinoceronte color ribes

a volte rigogliosi

come un ricco rinfresco.

Rimbalzano rintuzzati dal tempo

da vicino li riguardo

da lontano li rivivo

tra le dita li rigiro.

Con le spine di un riccio

ricamo e rimpasto

rimugino e rimesto

poi rido e ricucio.

Marzamemi 1

[In viaggio]

Esiste un gatto color Marzamemi.

Spunta da un vicolo ma non lo vedi, si confonde con i muri, prende il colore delle pietre.

Miagola appena, il giusto da farti credere di averlo sentito, senza però dartene la certezza.

Salta soffice sui tetti, guarda il mare muovendo la coda al ritmo delle onde, sta fermo ore.

Tutti i cani lo conoscono, tutti i gatti lo rispettano, tutti i topi lo esorcizzano.

Esiste un gatto che non vedrai mai, ma se passerai da casa sua sarai quasi convinto del contrario.

Esiste un gatto e lo chiamerò Marzamiao.

Lascia un segno

[Flussi]

Unisci tutti i puntini.

Fai un viaggio in solitaria.

Levati le scarpe usando i piedi.

Urla quando nessuno ti sente.

Incidi il tuo nome su un banco di legno.

Lascia sciogliere il cioccolato sulla lingua.

Chiedi il bis dello snack omaggio in aereo.

Rutta forte in mezzo alla gente.

Asciugati le mani sui pantaloni.

Lecca un francobollo.

Rovista tra le scatole in cantina.

Ruba qualcosa all’Autogrill.

Origlia il litigio di due estranei.

Alita su un vetro e scrivi con il dito.

Suona un citofono e scappa.

Mangia una fetta di pane senza sale con l’olio.

Piscia in un parco senza alberi.

Chiedi un rimborso per il ritardo di un treno.

Scrivi su un muro con una bomboletta.

Lascia un segno del tuo passaggio e durante il viaggio sii pazzo senza doverlo essere; mangia, bevi, godi e pensa che, da vivo, tante cose senza senso ti hanno fatto pizzicare la pelle.

Parole pesanti

[Flussi]

Faccio fatica a scrivere.

I quaderni sono tutti troppo lontani da me, come un telecomando fuori portata di mano dalla seduta di un divano.

Le penne troppo pesanti o scariche, armi esauste sbuffano polvere senza munizioni.

Il pensiero della scrittura pattina in un campo di nebbia, i suoni attutiti come dopo una nevicata, il tatto insensibile come attraverso un bendaggio.

L’unico che viaggia libero su praterie lastricate di tapis roulant degli aeroporti è il senso di colpa.

Parole dove siete?

Seni e rhum

[The One]

Non sono abbastanza bravo ma avresti meritato un disegno mentre stavi a cavalcioni su di me, con il piccolo seno al vento, a finire il bicchierino di rhum.

Avrei preso una matita, mi sarei concentrato al massimo, avrei mille volte cercato di riprodurre la curva del tuo fianco proprio lì dove raggiunge la coscia; ma sarebbe venuto uno scarabocchio che avrei appallottolato e lanciato lontano per tornare a godermi l’originale.

Così sono rimasto lì.

Con queste parole ti ho spiegato il perché della mia espressione imbambolata: era sindrome di Stendhal.

Smalto

[Varietà]

Il contenuto che leggerete è stato ispirato dall’opera di Simonetta Pedicillo @vidart_ao (v. immagine). Il progetto #scritturadesecuzione consiste nel pubblicare a cadenza settimanale (solitamente il lunedì) un testo/poesia ispirato da un elemento comune. Questa settimana partecipano: @ale_primo_conte, @alicenonsa, @anima_1_0_1, @aritmia_poetica, @bostikdisillusioned, @cm.wr, @gabbianigrassifoglivolanti, @hotel_caracas_cc, @iosonorainmaker, @laragazzachecorreconilupi, @mes.chers.souvenirs, @respiro_nero, @sibilodivento, @spazinfiniti. Tutti i testi sono visibili all’hashtag #scritturadesecuzione (valido per Instagram).

Opera di Simonetta Pedicillo

Culla, culla il fucile caldo la donna con le unghie smaltate, non gli canta la ninna nanna.

Non dorme mai il fucile ninnato dalla ragazza con le dita di sabbia, vorrebbe il seno sinistro di lei che saltella e non ride.

Per la strada lui la difenderà dalle fiere che le puntano addosso il mirino e i denti; sullo sfondo di un’aquila nera lei lo abbraccia, le dita di una madre non tremano.

Le belve fissano da lontano, ghignano, sbattono fauci mentre la ragazza, donna, madre, puttana, maledetta, amore, amante, futura, morta, infinita, potenza, sua, porta con sé l’arma invisibile che ucciderà i volti nascosti.

Sorge una guerra e viene fatto brillare lo smalto. Le schegge trapassano carne e ricordi, recidendo tendini e legami.

Lei sente di cadere, sente gli spari.

Il grilletto premuto frinisce, luce dall’alto la notte schiarisce.

Una pallottola nasce dal grembo di una madre china sulla petineuse, fa il giro del mondo e non si ferma mai.

Fette universali di quadrante

[Flussi]

Mi infastidiscono le grandi verità, come i grandi bestseller, i grandi successi mainstream.

Sottostare a regole che altri prima di me hanno bollato come infallibili fa scoppiettare il lato anticonformista e refrattario al già detto, già visto, già vissuto.

Proprio io dovrei essere prevedibile solo perché qualcun altro si è trovato in una situazione simile? Vadano pure in culo il soggetto, la situazione e il binario su cui dovrei correre.

Eppure.

Eppure a volta capita che i bestseller siano tali per un motivo valido, che il mainstream sia effettivamente opera d’ingegno notevole e che certe regole della vita si ripetano senza guardare in faccia i protagonisti.

Il punto è che forse è vero che c’è un tempo per tutto e non è vero che quel tempo possa essere così diverso da persona a persona.

Forse esistono delle fette di quadrante entro le quali dobbiamo oscillare per poter fare un passo avanti.

Che so: per elaborare un lutto tra i 3 mesi e i 3 anni.

Per perdere la fiducia di un amico tra i 3 secondi e l’ora e mezzo.

Per leggere un libro di lunghezza media tra le 12 ore e i 2 mesi.

Per finire un litro di birra tra i 1,3 secondi* e le 4 ore di chiacchiere. 

Per definire tale una scopata tra i 5 minuti della sveltina e le 3 ore del sì-ora-basta-eh.

Per la fine di un’importante relazione tra i 6 mesi e i 2 anni, 129 giorni, 6 ore, 47 minuti.

Per reputare idonea l’attesa tra un album musicale e l’altro tra i 6 mesi e il “ah, ma sono ancora vivi?”.

Per godere dello scambio d’amore tra genitore e figlio tra il primo sguardo in sala parto e una vita intera.

Ok, sì, bene.

Ciò non toglie che la cosa mi stia altamente sul cazzo.

Vorrei essere padrone del mio orologio, ma forse l’unica cosa che si può fare è scegliere il modello e il colore.

(* mi sono documentato NdA)

Gira-sole

[Varietà]

Il contenuto che leggerete è stato ispirato dall’opera di Simonetta Pedicillo @vidart_ao (v. immagine). Il progetto #scritturadesecuzione consiste nel pubblicare a cadenza settimanale (solitamente il lunedì) un testo/poesia ispirato da un elemento comune. Questa settimana partecipano: @alicenonsa, @aritmia_poetica, @bostikdisillusioned, @cm.wr, @gabbianigrassifoglivolanti, @hotel_caracas_cc, @iosonorainmaker, @laragazzachecorreconilupi, @mes.chers.souvenirs, @respiro_nero, @sibilodivento. Tutti i testi sono visibili all’hashtag #scritturadesecuzione (valido per Instagram).

– Che fai?

– Sto ballando.

Gambe storte, ginocchia e limpidezza in un elastico senza ritmo.

– A cosa stai ballando?

– Sto ballando a girare il sole.

Braccio sinistro in alto a destra, braccio destro in basso a sinistra. Movimento rotatorio con una fine incerta.

– Come si fa a girare il sole?

– Lo si prende per i bordi, tieni i polpastrelli morbidi che è delicato, poi tiri forte.

Testa ciondolante, guidata da una musica muta che non smette mai.

– Così… così va bene?

– Non domandare, non serve. Cerca il volo dei gabbiani e spingi verso la cima delle montagne.

Il sole gira, le labbra schiuse. I movimenti seguono le note inascoltate di una natura ritagliata nei colori.

Crazy night

[The One]

Seduti su una panchina ad ascoltare un chitarrista di strada.

Mezz’ora di silenzio fatta eccezione per l’iniziale richiesta di una penna extra per disegnare, anche se l’avevi già.

Non ricordo come abbiamo cominciato a parlare ma dopo poco eravamo al pub. Birra io, succo d’ananas e vodka tu.

Chiacchiere, arte, viaggi, poi via per la città.

Viste panoramiche, boschi e lezioni di botanica, il porto, monaci fantasmi, camminate e pause, poi una fontana e i piedi bagnati.

Siamo arrivati a casa alle 4:30.

Ci siamo baciati subito anche se volevi un caffè, poi seminudi.

Sei sempre andata con donne, mi confessi, ti devo guidare. Sei timida.

Lingue, tette, poi nudi.

Risate soffuse, gemiti, ancora lingua.

Mi rimproveri di non averti fatto il caffè.

Mani.

“Facciamo una doccia?”

Ci insaponiamo, ancora labbra e lingue.

Sono le 6.30. Usciamo e piove; tu mi dici di godermi la pioggia.

Superiamo il tuo hotel, torniamo indietro.

Seduti alle 7 nel dehor, birre vuote sul tavolino, vorrei rubare un bicchiere ma non lo faccio.

Mi chiedi di lasciarti i contatti, se mai vorrai un altro tour sotto la mia guida.

Forse non ci sentiremo mai più e io non ricordo nemmeno il tuo nome, se non che iniziava per A.

Non vuoi fare l’accademia, vuoi un bus e girare il mondo, conoscere, parlare. Fallo, ti prego.

Ah, e abbiamo visto un riccio.