Black Mirror for dummies

[The One]

Mi sostituirò un occhio con un obiettivo fotografico e occuperò tutti i giga disponibili della mia memoria con i fermoimmagini delle tue espressioni.

Come quando poggi il braccio sullo schienale della sedia accanto.

Come quando alzi il sopracciglio e mi guardi fisso.

Come quando scoppi a ridere e ti copri la bocca.

Come quando scorri il menù con le dita sulle labbra.

Come quando fissi concentrata il telefono alla ricerca di qualcosa.

Come quando finalmente sciogli lo sguardo severo e mi vivi senza più freni.

Come quando ti sporgi dal tavolo per baciarmi.

L’ultima l’ho inventata io.

Ma tutte le altre le riguarderò quando tra qualche tempo mi chiederò cosa mai ci trovassi di bellissimo in te.

Ciak, si gira

[The One]

Un’ora e mezza o poco più, il tempo di un film nemmeno troppo lungo.

Una ragazzo, una ragazza, una lingua estranea a fare da tramite.

Di sfondo Firenze nell’ora del tramonto, nell’ora dello spritz.

Camminano per vie decorate di grandi bellezze, non ne guardano nemmeno una.

Parlano e vagano, senza sapere dove sono diretti, guidati dall’urgenza di stare insieme.

Poi tutto si ferma.

Gli occhi di lei si abbassano; quando si rialzano hanno cambiato luce, si sono caricati di una dose extra di zucchero e rossore.

Lui riceve uno scappellotto da un diffuso formicolio cutaneo che anestetizza la lingua.

Si ritrovano mano nella mano, si fermano a baciarsi ogni 57 metri; di più non resistono, apnea di ossigeno e labbra, lingua e fiato per poter continuare a camminare.

“I didn’t expect that” dice lei. Lui la bacia. Respirano. 

Il sipario, per favore, lasciatelo dov’è. Un’altra bobina, presto!

Tu credi nel Destino? O è solamente il Caso ben vestito?

Buona giornata

[The One]

Sono uscito prima di te e volevo lasciarti un bigliettino sulla macchina.

Avrei scritto una frase della canzone di Dalla che ti piace tanto, una battuta sciocca oppure solamente “ti amo”.

Non l’ho fatto e mi tengo dentro queste parole, questo pensiero.

“Ciao, buona giornata” e vai via senza neanche un bacio.

Ti ho dedicato un breve testo ma non te lo farò leggere

[The One]

Pensavo alle tue labbra.

Per pensarci ho aspettato di trovare un posto adatto. Uno in riva al mare, ché in riva al mare è più facile pensare alle cose belle.

Pensavo alle tue labbra e alla voglia che avevo di arrotolarmici per una notte intera.

Pensavo al tuo bacio, così diverso da come me l’aspettavo.

Credevo di trovare un bacio deciso, di quelli che ti prendono le briglie e a cui ti consegni prigioniero volontario.

Invece ho incontrato un bacio sulla difensiva, quasi arrendevole. Un bacio che mi ha porto le mani per lasciarmi condurre il ballo, che mi ha seguito in ogni volteggio. Morbido, ma presente.

Pensavo al tuo bacio e alle tue labbra e mi è passato sopra la testa un gabbiano.

Pensavo ad un limone.

Pensavo ad una pesca.

Ti ho dedicato un breve testo ma non te lo farò leggere, ché poi penseresti che ti ami, solo perché ti penso.

Cuccurucucù

[Varietà]

Il contenuto che leggerete è stato ispirato dalla parola CURA. Il progetto #scritturadesecuzione consiste nel pubblicare a cadenza settimanale (solitamente il lunedì) un testo/poesia ispirato da una parola comune. Questa settimana partecipano: @alicenonsa, @aritmia_poetica, @bostikdisillusioned, @cm.wr, @gabbianigrassifoglivolanti, @hotel_caracas_cc, @iosonorainmaker, @respiro_nero, @sibilodivento. Tutti i testi sono visibili all’hashtag #scritturadesecuzione (valido per Instagram).

Accurata cura

scure che cala sul chiaroscuro del cuore

mercurio curvo sul cursore

incurante dell’escursione

decurta la trascuratezza

curiosa rassicura, assicura, sicura.

[Musica, scontata, suggerita per la lettura: Franco Battiato – La Cura]

Nel bosco profondo che fa paura

[The One]

Vali molto di più tu, con uno stivaletto pesante fuori stagione e un vestito svolazzante color bosco-quello-profondo-che-fa-paura, che quel pizzo vistoso laggiù, sempre nella stessa posa che inganna il tempo che non si gode.

Ed è bello il tuo sguardo di un attimo, ed è brutta la mia timidezza che mi schiaffeggia perché non ti guardi troppo a lungo, perché non mi sieda accanto a te.

Per dirti cosa poi?

Di stare attenta che nel tuo vestito c’è il lupo cattivo?

Ah, comunque, aspettava un altro.

Per questa volta grazie timidezza.

Di chi mi innamoro?

[The One]

Mi innamoro delle artigiane dietro bancarelle improvvisate che intrecciano gioielli bruciando i fili delle collane con l’accendino; delle artiste di strada, tutte sorriso e colore, canottiera senza reggiseno e un rasta, uno solo; delle bariste tatuate che corrono senza guardare in faccia nessuno, con un grembiule liso, un foulard in testa e le labbra umide; delle pittrici indipendenti con l’anello al naso e i pantaloni larghi da genio della lampada.

Mi innamoro di chi non è distratto dalla normalità, di chi non scavalca i piedi altrui, di uno sbaffo di matita nera, di un corpo, di un movimento, di un’intercapedine tra mento e collo, di un paio d’occhi.

Livorno 2

[In viaggio]

Livorno è una serata a caso dove ti ritrovi a tavola con una macellaia tatuata, un’intagliatrice di legno, una motociclista lesbica, una tatuatrice nordica e un liutaio chiacchierone.

Vino rosso, vino santo, vino con fagioli, fagioli che sono fragoline, ghiaccioli old style e barbieri della fava.

Livorno è una testa che gira, una bocca sguaiata, una mano sulla spalla e un continuo invito a rivedersi.

Livorno è sporca, brutta, viva, ignorante, bellissima, caciarona, orgogliosa, arrogante, socievole, scaramellozzi.

Eh?

Puppa.

Sulla fretta di trovare una relazione

[Flussi]

Sensazioni, vibrazioni e flussi conducono la marcia senza consultare la cartina.

Bivi di malinconia colorati da addobbi festosi, crocevia obbligatori di un percorso dalla meta indistinta, passano e restano.

Quello che non riesco a capire è se siano desideri veri o prescia.

Forse si è inceppato qualcosa, forse le conferme che cercavo le ho avute e ora serve altro.

Paura di cosa? Del tempo che scorre? Delle occasioni che passano? Dell’abitudine alla superficialità del fine fisico?

Come al solito non lo so.

Non vedo strade sgombre, solo sale d’attesa.