Esperienza extracorporea

[The One]

Mi piace guardarti mentre parli con la gente.

Mi pare quasi irreale.

Osservarti interagire con il mondo, come se allargassi per un momento l’inquadratura, come se vivessi una di quelle esperienze extracorporee nelle quali i fantasmi sono di un azzurro semitrasparente, come se all’improvviso constatassi che esisti veramente.

Come se ogni tanto fosse necessario allontanarsi per vederti meglio.

Intanto tu parli, parli, parli e io sorrido, aspettando che mi guardi, per tornare ad avvicinarmi e vederti da vicino, vicinissimo.

Boccioli punti

[The One]

Chissà perché

quando penso a te

faccio rime idiote

e mi abbandona il senno

fuggito insieme al nesso

su un treno qualsiasi

stretti in un abbraccio

assennati e annessati

loro

mentre io resto qua

a bagnar le rose

in attesa di un bocciolo

che ti faccia sorridere.

Questa mattina

[The One]

Questa mattina, al risveglio, tutta la luce chiedeva di te.

Ogni raggio s’era alzato di buon’ora, alcuni avevano addirittura dormito sul balcone, come prima di un grande concerto, pur di potere essere tra i primi a svegliarti.

E pensa come si dev’essere sentito il primo fotone che questa mattina si è posato sulla tua guancia, pensa alla sua felicità, pensa a quel quanto – chissà come si chiama e cosa fa adesso e come si sente? – che per primo ti ha toccato la pelle, pensa a quel piccolo attimo prima, quello in cui ha percepito lo strato d’aria farsi materia, il vuoto riempirsi, e poi, finalmente, tu.

Pensa a me, che mi sono svegliato e la prima cosa che ho messo a fuoco è stato il tuo viso.

Questa mattina, al risveglio, eri bellissima e la luce ti illuminava come un quadro.

X rossa

[The One]

Ho una X rossa sulla mano sinistra, più precisamente nell’incavo tra il pollice e l’indice, me l’hai disegnata tu ieri sera; mentre mi passavi la penna sulla pelle sorridevi e avevi gli occhi di una bambina. Una volta terminata hai ammirato la tua opera su tela umana con uno sguardo soddisfatto e hai emesso un suono strano, a metà tra una risata e un urletto.

Tu forse non lo sai ma io amo quel verso sciocco che fai quando sei felice, quando fai qualcosa di buffo per prendermi in giro o per attirare la mia attenzione con un dispetto. Mi fa stare bene quello starnazzo infantile che si prende gioco della serietà degli altri, che fa a stilettate con i timpani e che tanto contrasta con la morbidezza delle tue guance.

Questa X rossa, intanto, pare non voler venir via, resiste alla prima e alla seconda passata di sapone, decido allora di premiare la sua ostinazione lasciandola al suo posto ancora un po’. La terrò oggi, forse anche domani, così, mentre lavoro e ti aspetto, guardandola potrò sorridere ripensando al tuo schiamazzo che mi rende felice.

Bastano i tuoi occhi

[The One]

Ripercorro spiagge d’inchiostro, fino a incappare, di nuovo, negli occhi che avevi quel giorno.

Rivivo l’asma emotivo e la luce, mesciata alla risacca delle onde morbide, che curava ogni tuo riflesso lavorandoti con un pennello fine, usandoti la cura dell’esteta che ricerca l’utopia.

Sotto i piedi sento i granelli di sabbia, singole lettere, freddi e consistenti come pan di spagna, inclinati tutti verso l’epicentro sorridente che sei; mi guidano verso di te, mi indicano la strada da percorrere piede dopo piede, bacio dopo bacio.

Su quel litorale vorrei poterci tornare, basta un attimo, bastano i tuoi occhi.

Ballava

[The One]

Ballava e gettava indietro la testa, come se qualcuno la stesse pettinando.

Ballava e senza voce cantava al soffitto, con gli occhi chiusi, bagnandosi di luce.

Aveva un ciuffo a forma di chiave di violino che si ergeva sbarazzino in mezzo agli altri capelli tenuti stretti da un elastico.

Si era pizzicata il fianco del vestito all’elastico delle mutande e la coscia sorgeva chiara tra i lembi della gonna.

Si muoveva soffice, tenendo tra le dita un bicchiere che fluttuava come sospeso nel nulla e i piedi sembravano onde sul bagnasciuga.

Ballava, intanto io scrivevo e mi innamoravo ancora un po’ di più.

Morbidi e liberi

[The One]

Morbidi e liberi

pancia su pancia

il desiderio di esserlo sempre

travolti

dal sesso arretrato, accumulato, immaginato.

Morbidi e liberi

comodi negli occhi

avvolti nelle bocche

accesi

da una scintilla sconosciuta, improvvisa, inaspettata.

Morbidi e liberi

fiati caldi

soffiati da labbra unite

incollate

da un desiderio atemporale, bilaterale, universale.

Morbidi e liberi

il cielo sul suo mare

volando su lenzuola

colorate

di tinte sconosciute, insperate, infinite.

Forse mi ami ancora

[Varietà]

– Ti amo.

– Sì, ma come mi ami?

– TI amo da morire

– Eppure sei ancora vivo.

– Ti amo da impazzire.

– Credo tu fossi pazzo già da prima.

– Ti amo follemente.

– Vuoi dire che sei folle ad amarmi?

– Ti amo immensamente.

– Vuoi dire che è un amore impossibile da misurare?

– Ti amo all’infinito.

– Vuoi dire che nel tuo amore è presente la parola “finito”?

– Ti amo sopra ogni cosa.

– Vuoi dire che se sei sotto a qualcosa non mi ami? Neanche sotto al vischio?

– Ti amo come non mai.

– Vuoi dire che mi ami come sempre o che non mi ami mai o che non mi ami come mai o che mi ami mai come non?

– Forse non ti amo più.

– Vuoi dire che forse mi ami ancora?

La donna che non credeva nell’amore

[Varietà]

Era quel tipo di donna che tra le pieghe delle rughe nascondeva dosi massicce di sensualità e potere; quel tipo di potere etereo capace di comandare le emozioni, gli umori e gli amori. Quel tipo di donna senza età, che vengono osservate da lontano ma di cui non si riesce a sostenere lo sguardo da vicino.

Un giorno la donna si alzò dal letto, come tutte le mattine si lavò con acqua tiepida, fece colazione con quattro biscotti e uno yogurt magro guardando fisso davanti a sé. Poi, poco prima di prendere il caffè, disse

– Ti amo.

Lo disse al muro, lo disse convinta, lo disse senza essere sotto l’effetto di qualche tipo di droga. Lo disse al muro per sentire che effetto facessero quelle parole pronunciate dalla propria voce. Lo disse perché non lo aveva mai detto prima di allora.

Cariche d’emozione quelle cinque lettere cominciarono il loro viaggio salutando le materne corde vocali, scalarono le pareti della laringe, fecero scalo sulla lingua dove si crogiolarono della saliva della donna e, esitando solo un attimo al di qua delle labbra, prima di gettarsi al di fuori di esse, ammirarono meravigliate il mondo esterno, nella sua luce, nella sua bellezza e nei suoi colori. Anche se era soltanto un muro.

Cavalcando le onde sonore, libere nell’aria, assaggiarono il vento, rimbalzarono morbide sulla parete e reinvestirono la donna e i suoi padiglioni auricolari.

Dopo qualche secondo di silenzio la donna, distolse gli occhi dal muro, bevve il caffè in un sorso e, posando la tazzina, si rispose

– Non ti credo.

Ridiamo

[The One]

Ridiamo della mia pancia che fa strani rumori, delle tue facce sceme, della mia pessima scioltezza muscolare.

Ridiamo dei tuoi rutti a bocca aperta, dei film idioti senza senso, dei tuoi succhiotti sul collo.

Ridiamo delle mie calze bucate, delle tue calze spaiate, della voglia di bere presto.

Ridiamo delle foto di una gita, dei ricordi di una caduta, degli sguardi della gente.

Ridiamo dei balletti mezzi nudi, delle carezze sotto i palmi, degli orgasmi mai provati.

Ridiamo e continuiamo a farlo finché c’è fiato e vino, senza risparmiare una goccia di niente, che sia di alcool o di noi.