Giornata di merda

Miraggio

Ciao, sono una giornata di merda. Ti trovo bene, molto bene. Troppo bene.

È tanto che non passiamo un po’ di tempo insieme. Non ne sentivi il bisogno, dici? Vedi, è proprio per questo che sono qua, dobbiamo coltivare il nostro rapporto, proprio come ha detto lo psicologo. No, no, ora non fare subito il risentito, tanto sai che le tue rimostranze non attecchiscono, non servirà a nulla fare resistenza. Ci tengo troppo a te.

E comunque non fare finta nulla, potevi immaginare che avrei voluto stare con te oggi, dopo il sogno di stanotte. Non lo ricordi? Oh, non ti preoccupare, sono qui apposta.

Eri in quel corridoio buio, umido, con tutti quei quadri attaccati alle pareti, stavi rincorrendo qualcosa, o qualcuno forse. Il corridoio si stringeva poco alla volta, fino a farti rimanere incastrato tra i due muri, senza poterti più a muovere, con il respiro spezzato. Un po’ di claustrofobia notturna non ha mai ucciso nessuno, dai! Hai cercato di urlare, senza riuscirci, poi in qualche modo sei scivolato fuori dalla morsa, e proprio in quell’attimo il pavimento sotto i piedi è scomparso e ti sei ritrovato a cadere nel vuoto. Stavi attendendo lo schianto, ma invece ti sei ritrovato in piedi da qualche parte, in mezzo al nulla. Dopodiché si è accesa la luce ed eccoti nella sala riunione piena di colleghi! Che bella sorpresa, vero? Peccato che ti sia subito reso conto di avere una camicia inadatta e dei bermuda sporchi. Dai, su, non dirmi che quel senso di ansia misto a sudore non ti torna in mente. Ecco, vedi? Poi, come ti accade sempre, nel sogno non riuscivi a risolvere il problema, trasportando fino al risveglio quel bel groviglio di malessere onirico. Molto bene, ora tieni ben stretto quel senso di inadeguatezza e di disagio, che la giornata è ancora lunga e abbiamo appena iniziato.

Per colazione ti ho preparato qualcosa di speciale. Subito un paio di messaggi ansiogeni di clienti che si sono svegliati presto, una sequenza di diciassette starnuti allergici fuori stagione, che lasciano il naso secco fino a sera, e infine una bella botta di energia con un classico guasto della macchinetta del caffè. Come scusa? La colazione dei cogl… dai su, non essere volgare, che non è proprio il caso! Forza vestiti, veloce che fai tardi.

Ora potrei stare qui a farti un elenco di tutte le piccole attività che ho organizzato per farti sentire eccezionale, potrei spulciare con te il programma degli sfoghi immeritati, dei microproblemi ingigantiti e degli intoppi tecnici. Non lo farò, perché in fondo sarebbe egoista da parte mia, sarebbe solo un modo subdolo per parlare di me. Parliamo di te, invece.

Parliamo di come il tuo umore, una volta virato, si aggrappi alla sensazione di avvilimento e non se ne stacchi più fino a tarda sera, o almeno fino a che qualche anima pia non te la strappi via con le pinze. Parliamo di come amplifichi e sottolinei qualsiasi cosa non vada esattamente come ti aspetteresti, paragonandola all’utopia mentale che pretenderesti di vivere. Non vedi che sembra proprio che tu sia alla continua ricerca di conferma del tuo stato emotivo?

È evidente che, in fondo, a una parte di te io piaccia. Una parte di te ci sguazza in questa melma, perché, se ci ragioni con onestà per un momento, anche l’essere di merda, in qualche modo, dà un senso alla tua giornata. Un senso di merda, ma pur sempre un senso.

Pensaci: puoi permetterti di tenere il muso, per colpa mia; puoi permetterti di evitare faticose relazioni, per colpa mia; puoi permetterti di pensare solo a te stesso, per colpa mia. Per merito mio.

Poi, prima che attacchi con la tua solita tiritera, sono consapevole che non possiamo stare insieme quanto vorrei. Lo so, non credere che non lo sappia. Ho accettato da tempo il mio ruolo, i nostri limiti, so che non posso pretendere di più da questa relazione, perché, dopotutto, non riusciremmo a sopportarci l’un l’altra e tu finiresti per distruggere qualcosa. O te stesso.

Però renditene conto: che sia di merda, spesso, lo decidi tu. Perché, da qualche parte, una qualche versione di te a cui non dai tanta retta vuole che quella giornata sia così. Oggi è una giornata di merda, ma grazie a Ronnie James esiste il metal.

Un ragazzo e una ragazza

Miraggio

Musica consigliata per la lettura.

https://www.youtube.com/results?search_query=non+voglio+ballare+zen+circus

Si erano incontrati dopo tre anni dal loro primo incontro. Prima non si erano riconosciuti, prima si erano solo intuiti, come quando incroci un estraneo che sai di aver già visto, ma di cui non riesci a ricordare il nome. Si erano baciati per la prima volta spinti da un senso di giustizia o forse è più giusto dire che cascarono una sull’altro.

Una volta che terminarono di prendersi le misure – ci vollero diversi giorni e un metro abbastanza lungo da contenere le vite dei due – partirono per un viaggio. Dormirono in mille e uno letti, mangiarono su tavole e lenzuola, fecero l’amore con ogni genere di luce, videro tutti i posti del mondo senza mai più muoversi da casa.

Nei loro discorsi mischiavano colonne e colori, nei loro sguardi si rincorrevano brillii e ardori, le loro mani tastavano incavi e calori. Parlavano senza mai smettere di ascoltarsi, ridevano sempre di un’ottava più alta rispetto alle altre persone, sapevano incassare i “ti amo” come pugili professionisti. Si bisbigliavano le rispettive paure stando pancia contro pancia, litigavano con tutto il corpo provocandosi ferite superficiali che sarebbero guarite nel giro di una danza di risate.

Non rientravano nelle convenzioni socio-temporali degli umani, per loro i secondi scorrevano diversamente: a volte ali di colibrì, a volta miele che cola. Il tempo si adattava ai battiti dei loro cuori, il vento li abbracciava agli apici dei loro livori. Non si promettevano mai niente, non si dicevano né grazie né scusa, erano felici e imperfetti.

Nessuno sa dove siano ora, ma ci fu un tale che giurò di averli visti. Dopo essersi fatto offrire più giri di quanto una persona perbene accetterebbe senza vergogna, raccontò ai pochi frequentatori del bar di aver visto un ragazzo e una ragazza, sotto i piedi una scacchiera lucida di pioggia in mezzo al mare, davanti agli occhi onde imbizzarrite color pietra, sopra la testa nuvoloni senza bordi, che coprivano un cielo che non voleva farsi vedere. Il ragazzo stava costeggiando il confine della terrazza con il mare, cercava l’angolo più vicino all’acqua, sorridendo prendeva schiaffi di schiuma, le labbra increspate di sale. La ragazza puntava al centro della geometria, calpestava la terra, saltava le pozzanghere, tenendosi forte il cappuccio che il vento tentava di toglierle, gli occhi colmi di riflessi.

Il tale raccontò che vide il ragazzo e la ragazza camminarsi incontro senza fretta, ridendo senza sentirsi; giunti uno di fronte all’altra il loro bacio sospese il tempo, solo l’aria non smise di suonare. In pochi credettero a quella storiella improbabile, invitarono il tale ad andarci piano con i ponce, che basta un attimo per farsi confondere da bagliori marini e fumi alcolici.

Prima che scemassero le risate di scherno si fece avanti una signora, preceduta dal ticchettio del bastone, indusse il pubblico al silenzio senza proferire parola. A tentoni cercò una sedia libera, si accomodò lentamente e disse che lei li aveva visti. Lei c’era quella sera che il ragazzo e la ragazza terminarono l’alcool e consumarono le candele, mentre per aria la musica li conduceva: prima balcanica, per sudare, poi nostrana, per ricordare il mare.

Come scordarsi di lui, appoggiato allo stipite della porta della cucina, il petto nudo, addosso solo un paio di pantaloncini e delle calzette scure, in mano una bottiglia con ancora un sorso appena. Come scordarsi di lei, in piedi in mezzo alla cucina, il seno nudo, addosso solo un paio di pantaloni morbidi con i tasconi sul sedere, in mano un bicchiere con ancora un sorso appena. Lei ballava in mezzo alla stanza con gli occhi chiusi, senza versare una goccia di vino, con i capezzoli dritti e il sorriso in alto. Lui la guardava appoggiato alla porta con gli occhi pieni, senza risparmiare una goccia di vino, con i capelli lunghi e la voglia di fotografarla.

– Non voglio ballare – mentre lei ballava.

– Voglio farmi male – mentre lui godeva.

Nulla di più aggiunse la signora, che rimase immobile a fissare il vuoto, mentre i pochi rimasti la guardavano incerti. Poi lei si alzò, lasciò il bastone appoggiato alla sedia, si diresse verso l’uscita seguita dal tale, che la prese sotto braccio sull’uscio del bar. Quelli che rimasero indietro li sentirono ridere come bambini, quelli che li videro arrivare scorsero il mare e il cielo nei loro occhi.

I favolosi 4

Miraggio

Driiin.

Mentre la folla di teste spettinate si riversava disordinatamente fuori dalla porta, i quattro si attardarono fingendo di sistemare qualcosa alle rispettive postazioni. Quando il caos diventò un vociare poco lontano, si scambiarono un rapido cenno d’intesa e uscirono dalla stanza che sapeva di chiuso, dirigendosi spediti verso il lato opposto rispetto a quello preso dal flusso umano che li aveva preceduti. Svoltarono un angolo e, semi nascosti da un alto termosifone in ghisa, si radunarono al solito davanzale, sotto al quale avevano lasciato un paio di sgabelli in plastica colorati, che finora nessuno aveva reclamato. Era certo un luogo di ritrovo scarno, ma come base segreta provvisoria poteva bastare.

Lei, capelli ricciuti biondi e scarpe imbrattate di fango rappreso, si tirò su con grazia, mettendosi a sedere sul davanzale, lasciando le gambe a penzoloni.

– Sarà meglio che ci muoviamo. Abbiamo perso un sacco di tempo.

Mentre stava finendo la frase, chiuse le labbra e gonfiò un palloncino di gomma da masticare rosa fluo, che perse colore man mano che si faceva più grande. Rimase sospeso un paio di secondi, poi cedette e esplose, afflosciandosi lentamente.

Su uno degli sgabelli si sedette pesantemente un tizio con sopracciglia folte e un gilet imbottito un po’ troppo pesante per la stagione. Teneva lo sguardo fisso sul pavimento, mentre si torturava la pellicina di un pollice con le dita dell’altra mano.

– Siamo proprio sicuri che attaccheranno oggi? Magari era solo un falso allarme, magari alla fine non si faranno vedere, come l’ultima volta – disse senza alzare gli occhi, quasi con rassegnazione.

La voce che gli rispose scandì con cura le parole, come se stesse leggendo un copione scritto.

– I segnali sono chiari, proprio come aveva previsto il vecchio pazzo.

Era il più basso del gruppo, e i pantaloni a pinocchietto beige non aiutavano a esaltare la sua figura, ciononostante emanava un’aura di autorevolezza che cozzava con l’apparente flemma. Rimase in piedi accanto a uno degli sgabelli e riprese a parlare.

– La profezia descrive chiaram…

– Ooh, basta con ‘sta profezia, Andre. Non mi importa più nulla di quel vecchio, sono stufa dei suoi falsi allarmi. Se siamo qui non è per la profezia, ma perché ci siamo stancati di aspettare che vengano loro a cercarci. Li attaccheremo prima noi, sfruttando l’effetto sorpresa. E gli faremo il culo.

Gli altri tre rimasero un po’ interdetti per l’utilizzo di quel linguaggio scurrile, ma ormai ci avevano fatto il callo. Lei era la più grande del gruppo, il suo essere di inizio gennaio la rendeva in qualche modo giustificata a usare parole che per gli altri erano proibite. Appoggiò un piede sullo sgabello rimasto vuoto e tirò fuori dalla tasca una rotella di liquirizia che morse senza srotolarla, come un biscotto.

– Cloti, va bene, pensala come vuoi. Ma non possiamo semplicemente gettarci in campo aperto e sbattere i pugni sul petto. Sarebbe un massacro. Dobbiamo attenerci al piano.

Andrea parlò pacatamente, senza rivolgere lo sguardo direttamente a Clotilde, che nel frattempo ciancicava a bocca aperta spandendo un odore dolciastro di liquirizia. Lei non replicò.

– Viola, vuoi cominciare tu a ripassare il piano? – disse Andrea rivolgendosi alla ragazza con lo sguardo un po’ svagato, seduta sul davanzale.

– Ah, sì, certo, ecco allora… mi pare che… per prima cosa… senti, perché non fai cominciare Ravi, lui è bravo in ‘ste cose.

Andrea guardò Viola senza dire nulla, lei distolse lo sguardo e gonfiò un palloncino di gomma da masticare così grande che coprì il leggero rossore che per qualche secondo le colorò le gote.

– Ravi, per favore, puoi…

Il ragazzo seduto sullo sgabello iniziò a parlare con un tono di voce appena udibile, senza staccare lo sguardo dal pavimento e dalle sue unghie.

– Il piano è diviso in quattro parti, se vogliamo che abbia successo ognuno dovrà mettere a disposizione i propri poteri. La capacità di leggere nei pensieri di Andrea sarà essenziale per poterci muovere conoscendo già le mosse dei nostri nemici, dopodiché toccherà a Viola fermare il tempo, per far partire l’operazione Sradicamento.

Viola annuì energicamente, incrociando i piedi sospesi nel vuoto. Ravi continuò, dopo una breve pausa.

– Io e Clotilde aspetteremo il vostro segnale. Non appena saranno a tiro io mi renderò invisibile per muovermi tra di loro, mentre Cloti volerà sopra i tetti per distrarli e colpirli dall’alto.

– Grazie Ravi – commentò Andrea – ricordatevi, il segnale è un doppio fischio rapido seguito da un fischio lungo. Dovremo essere perfettamente sincronizzati, se vogliamo batterli.

– Questa volta non faremo prigionieri – disse Clotilde stringendo i denti, che nel frattempo si erano tinti di nero a causa della caramella.

– Non sottovalutiamo i nostri nemici, sono tenaci, subdoli e dalla loro hanno anni di allenamento e battaglie vinte – Andrea manteneva un tono risoluto e calmo, ma la sua voce perse un briciolo di convinzione mentre parlava.

– Io posso leggere nei pensieri e trasmettervi telepaticamente ciò che scopro, ma l’Aspettativa Altrui è un’avversaria che cambia forma continuamente, l’ultima volta ci ha quasi schiacciati tutti e quattro.

Viola rimase colpita dal leggero velo di esitazione che trasmise Andrea; era raro che uno come lui non apparisse imperturbabile e rassicurante, e in un attimo rannicchiò le gambe contro il petto, tenendosele strette con le braccia.

– Io non so per quanto riuscirò a bloccare il tempo, ragazzi. E se non fossi abbastanza forte per reggere…

– Viola – intervenne Clotilde, guardandola negli occhi – tu sei una grande e il tuo ruolo è fondamentale. La Paura del Giudizio è un mostro tutto muscoli e niente cervello. Non pensare a quanto grande si farà per impressionarti, farà più rumore quando la abbatterai.

Viola rialzò appena il capo, ma il sostegno della compagna sembrava averle ridato un po’ di sicurezza.

– Ravi, tu… – cominciò Andrea, ma il ragazzo seduto con il gilet imbottito lo interruppe – Non ti preoccupare per me. Ho un conto in sospeso con quel bast… maledetto. Non succederà come l’ultima volta. Questa volta so come rimanere invisibile per il tempo necessario. Colpirò quel dannato Senso di Colpa alle spalle, prima che possa rendersi conto di cosa è successo.

Ravi aveva pronunciato quelle parole con una ferocia inaspettata, ma che gli altri conoscevano molto bene. Quello che in apparenza sembrava un soggetto taciturno e remissivo, celava uno spirito attento e determinato. Andrea annuì in direzione dell’amico, poi rivolse un’occhiata seria a Clotilde.

– Tu sei pronta?

– Lo sono – rispose lei convinta, ma senza quel velo di presunzione che aveva ostentato fino a poco prima – Sono stanca di fuggire e di nascondermi. Questa volta volerò talmente in alto che neanche la Paura di Sbagliare sarà in grado di raggiungermi. Restituirò a quella stronza tutto quello che mi ha fatto provare in questi anni. Fosse l’ultima cosa che faccio.

Clotilde era così, un po’ melodrammatica e spaccona, ma anche coraggiosa e fedele, gli altri tre lo sapevano bene.

Calò un silenzio che sapeva di voglia di rivalsa. In lontananza il brusio di un vociare acuto sembrava quello di una folla in attesa. In attesa di quattro eroi.

Driiin.

La campanella suonò la fine dell’intervallo e le maestre cominciarono a radunare i bambini che controvoglia rientravano dal cortile verso le rispettive classi. Andrea, Clotilde, Ravi e Viola si scambiarono uno sguardo deciso, unirono le mani al centro del loro cerchio e, prima di rientrare in classe per la lezione di italiano, simultaneamente dissero – Favolosi quattro, uniti!

No al credo moderno

Miraggio

L’uomo alza un braccio e sulla folla cala un silenzio devoto. Abbassa la mano lentamente, guardando le persone di fronte a sé uno a uno con sguardo autoritario. Da terra prende un megafono e se lo porta alla bocca, un fischio acuto trapana le orecchie dei fedeli, che non si scompongono.

– Oggi non è un giorno come gli altri. Oggi c’è bisogno di ognuno di voi. Oggi non è ammessa sconfitta.

La voce distorta è roca, le pause nette e il tono duro.

– Oggi voglio sentirvi cantare tutti, chi non canta viene cacciato fuori. Oggi dobbiamo dimostrare chi siamo, dobbiamo difendere tutto quello in cui crediamo e per cui lottiamo ogni domenica. Oggi dobbiamo farci sentire fino all’alto dei cieli. Su ‘ste cazzo di mani!

Il silenzio più totale viene interrotto dal frusciare di centinaia di braccia che si alzano verso l’alto, poi nella chiesa torna a non volare una mosca.

– Tutti! Un Salvatore, c’è…

Il muro di persone immediatamente si aggancia e, come una sola voce tonante, con un grido corale prosegue il canto.

– … SOLO UN SALVATORE, UN SALVATOOORE, C’È SOLO UN SALVATORE!

Non è ancora finita l’ultima eco, che dal megafono l’uomo riprende subito la parola.

– Noi non siamo dei miscredenti!

Le mani ancora sollevate si uniscono in rapidi colpi, scandendo un ritmo all’unisono, che viene reso roboante dall’ambiente chiuso.

Tum tum tum tu-tu-tum tu-tu-tum.

– NOI NON SIAMO DEI MISCREDENTI! – tum tum tum tu-tu-tum tu-tu-tum – NOI NON SIAMO DEI MISCREDENTI! – tum tum tum tu-tu-tum tu-tu-tum.

L’uomo lascia scemare le urla e il ritmo, senza concedere nemmeno un cenno di soddisfazione in seguito alla pronta risposta ricevuta dalla folla che gli sta di fronte. Inizia a camminare lentamente a destra e sinistra, senza staccare gli occhi dalle prime file, che fin quasi a mezzo busto sono coperte da un pesante striscione. Rialza il megafono e ricomincia a parlare.

– Aprite tutti la fanzine a pagina sei, riprenderemo da dove ci siamo fermati l’ultima volta. Fuori la voce! Preeega il rospo..

– PREGA ANCHE LA RANA, CHI NON PREGA FA PIANGERE SUOR ANNA-OLÈ! – in sincronia con l’ultima sillaba tutti fanno un salto, senza smettere di cantare – PREGA IL ROSPO, PREGA ANCHE LA RANA, CHI NON PREGA FA PIANGERE SUOR ANNA-OLÈ!

Un attimo prima che termini l’ultima nota la voce amplificata si fa spazio tra i canti, cambiando melodia.

– Chi non salta…

– PECCATORE È, È! CHI NON SALTA PECCATORE È, È!

Tra le pietre fredde della navata le voci riverberano e si moltiplicano, intontendo timpani e prolungando la risonanza. Quando anche gli ultimi alle ali del gruppo smettono di saltare, al centro della calca si infiammano tre candelotti di incenso, che rischiarano di scintille e luce rossa le volte della chiesa, spargendo un odore acre e dolciastro che intasa presto le narici. Alcuni si tirano sul naso colli delle magliette e scialli per filtrare il fumo denso che sta riempiendo veloce l’ambiente, creando un’atmosfera surreale.

L’uomo si volta e si sfila la veste bianca che lo copre, rivelando un’enorme croce tatuata a tutta schiena. Quando si gira nuovamente verso la folla, alza le braccia: in mano ha una striscia di stoffa e un piccolo cilindro di plastica colorato. Spontaneamente parte un nuovo grido unanime da parte della gente, che sembra attendesse con ansia questo momento.

– VIA, VIA ALL’EUCARESTIA! VIA, VIA ALL’EUCARESTIA!

L’officiante accenna un sorriso e, aprendo le dita mentre tiene gli oggetti tra pollice e indice, richiama a sé il silenzio e la calma, che giunge nel giro di pochi secondi.

– Oggi non vedo uomini e donne davanti a me, ma fratelli e sorelle che lottano insieme per questi valori. Per questo siamo qui, non importa dove, non importa quando. Saremo sempre pronti a sacrificarci l’uno per l’altra. Proprio come ha fatto lui.

Il suo tono muta leggermente, in una cantilena vagamente ipnotica, solleva quello che tiene tra le dita verso il cielo, catturando gli occhi di tutti.

– Prendete e indossatene tutti, questa è la mia sciarpa, offerta in sacrificio per voi. Prendete e bevetene tutti, questo il calice del mio Borghetti, offerto in sacrificio per voi.

Dal gruppo si sollevano bandiere di diverse dimensioni, che prendono a roteare e oscillare, disperdendo il fumo d’incenso che stagna poco sopra le teste. Una in particolare è alta oltre quattro metri e alterna lenti movimenti a otto, a improvvisi avvitamenti su sé stessa, dando la sensazione di essere sul ponte di una nave in lotta con una tempesta.

L’uomo posa gli oggetti che ha in mano e riprende a parlare nel megafono.

– Ora forza, un’ultima volta! Tu-tta la chie-sa!

– TUTTA LA CHIESA! – tu-tum tu-tum tum – TUTTA LA CHIESA! – tu-tum tu-tum tum.

Si mette a cavalcioni di una piccola balaustra che ha di fronte a sé e, a petto nudo, si rivolge alla folla senza l’aiuto dell’amplificatore, spingendo al massimo la sua voce, che, forse aiutata da un intervento divino, riesce ad arrivare anche alle ultime file.

– Me-ri-tiamo Ge-sù!

Le mani rispondono subito, tum tum tu-tu-tum.

– MERITIAMO GESÙ – tum tum tu-tu-tum – MERITIAMO GESÙ! – tum tum tu-tu-tum.

Due brioches

Miraggio

Ogni mattina, alla stessa ora, un uomo alto e pesante siede sul legno di una panchina solitaria di periferia. Ha un’età non definibile, potrebbe essere poco oltre i cinquanta per come si muove, come aver superato da tempo gli ottanta per la pelle ruvida e invecchiata. Veste in maniera semplice, con abiti appena lisi, sebbene sempre decorosi e profumati. Indossa scarpe sportive con la suola leggermente scollata e consumata sul lato esterno del tallone, mentre i lacci sono stretti in un nodo infantile. Il volto ha un’imperturbabile espressione neutra, gli occhi socchiusi, come se un pensiero ricorrente gli tornasse sempre alla mente. I capelli disordinati e ingrigiti, la fronte racchiusa in una stempiatura generosa, le mascelle morbide e un mento stondato fanno da cornice a un viso indefinibile. Porta sempre con sé un rumoroso sacchetto di carta, nel quale si abbracciano due brioches.

Prima di arrivare alla panchina si reca al solito bar, saluta con un tenue sorriso e cerca un angolo del bancone poco affollato. Ordina un caffè e lo beve amaro, bollente, in due sorsi. A volte si sofferma a osservare le incrostazioni sul fondo della tazzina, come un indovino alla ricerca di risposte sul futuro, ma sembra non trovare mai qualcosa di abbastanza interessante, quindi si ripulisce le idee con un bicchierino di acqua frizzante. Porge la tazzina al barista dietro il bancone, ringrazia e chiede due brioches da portar via, una alla crema, l’altra vuota. Chi lavora nel bar sa che deve tenere da parte quei due cornetti per lui, a costo di nasconderli o mettere un bigliettino “Prenotati” se le scorte finiscono più in fretta del previsto. Lui prende il sacchettino, che sfrigola nella sua mano sgarbata mentre lo arrotola per chiuderlo, e paga con le monetine che tiene nella tasca dei pantaloni.

Uscito dal bar l’uomo percorre quotidianamente la stessa strada, svolta dopo svolta, con un passo lento che lo porta in un piccolo parchetto cittadino poco frequentato; niente più che qualche aiuola delimitata da bordi di pietra grigia, quattro alberi anzianotti e tre panchine di legno scrostato, posizionate senza troppo decoro architettonico. Non ne ha una preferita, né pretende la totale solitudine, ma si dirige sempre verso quella più in disparte. Si siede, guarda per un momento le fronde degli alberi e apre il sacchettino, tirando fuori le due brioches. Una, quella alla crema, la mangia, l’altra, quella vuota, la appoggia a fianco a sé e finisce sempre che ci banchettano gli uccellini.

L’uomo non si preoccupa di chi approfitta di quel pasto regalato, che siano piccioni dall’aria allampanata o passerotti diffidenti, lui guarda di fronte a sé, talvolta chino con i gomiti sulle proprie ginocchia, talvolta distendendosi contro lo schienale della panchina. È capitato che qualcuno si avvicinasse e gli facesse notare che la sua brioche era stata rapita da uno scoiattolo audace, ma l’uomo aveva sorriso e sviato la conversazione, rispondendo che non importava, che tanto non era per lui quella brioche.

Mentre gli abitanti del parchetto più fortunati si accaparrano quell’inaspettato spuntino, lui finisce la sua brioche alla crema, prende il sacchetto vuoto che crepita tra le sue grandi mani, lo stende, lo piega in quattro parti e se lo infila in tasca.

Ogni mattina un uomo alto e pesante finisce la sua colazione, sussurra – Mi manchi – alle nuvole e se ne va.

Il ballo degli attimi

Miraggio

Mentre le coppie si andavano formando e il salone da ballo iniziava a riempirsi di colori e volteggi, io rimasi in disparte, con un bicchiere di Porto in mano, a osservare movimenti e approcci, fugaci istanti della durata d’un cinguettio.

Proprio davanti a me due giovani si videro da lontano, sorrisero e si avvicinarono correndosi incontro.

– Finalmente vi ritrovo! Come state Risveglio del Mattino? Vi vedo ristorato e vibrante.

– Mi ero dimenticato che ci sareste stato anche voi Giorno di Festa, sono così contento che potrei mettermi a cantare!

– Lasciate fare ai passerotti e alle tortore, si occuperanno loro di accompagnarci finché staremo insieme. Piuttosto, avete già deciso come intendete passare le prossime ore?

– Per il momento no, mio caro, e va benissimo così. Godiamoci il semplice essere riuniti.

– E sia, mi concede questo ballo?

– Con estremo piacere.

I due presero a danzare con entusiasmo contagioso, spargendo risate e lucentezza su tutti i presenti.

Ferma all’ingresso una figura taciturna venne approcciata con inusitata delicatezza da un individuo imponente, che le rivolse la parola.

– Silenzio del Lampo, siete radioso questa sera.

– Mh.

– Ce l’avete ancora con me?

– Cosa ve lo fa pensare, Boato del Tuono?

– Non fate così, sapete quanto ci tenga a voi, esplodo di gioia al sol vedervi e non mi è possibile contenere l’euforia che mi provoca ascoltarvi.

– Le vostre reazioni spropositate mi provocano imbarazzo, lo sapete, e se qualcuno vi sentisse?

– Che mi sentano, che mi sentano tutti! Il mio amore per voi non può rimanere un sussurro, deve accecare cieli e scuotere fronde, proprio come fa il mio cuore allo sbattere delle vostre ciglia.

– Sempre la solita storia, non riesco a tenervi il muso per più di qualche secondo. Insomma, spero che per farvi perdonare almeno oggi riusciate a evitare di pestarmi i piedi.

– Se inciampo è solo perché mi perdo nei vostri occhi.

– Suvvia, damerino chiacchierone che non siete altro, danziamo.

Nel dirlo sorrise, lo guardò negli occhi, e tutti in sala si fermarono ad ammirarli per un momento appena, prima di continuare.

Al limitare della pista due soggetti attempati, eppure sorprendentemente atletici, si salutarono con un gesto del capo, come compagni di vecchia data.

– Bentrovato Svanire del Sole, ci avete messo un po’ ad arrivare.

– Pelo dell’Acqua, caro amico mio, sai che non posso fare a meno di godermi ogni attimo dell’ultimo tuffo.

– Me lo ribadite quotidianamente, come potrei scordarmene? Intanto lasciate me qui a galleggiare, in attesa. Un giorno o l’altro mi scosterò e vi ritroverete a tuffarvi su un irremovibile fondale marino.

– Non avreste il cuore di compiere una tale impudenza!

– Vero, non l’avrei, ma il solo pensiero mi rallegra e mi fa dimenticare del vostro ritardo. Beviamo qualcosa?

– Cosa si abbina meglio al nostro umore?

– Consiglierei qualcosa di fresco, beverino, che faccia risaltare le vostre tonalità di rosso, viola, arancione. Non saprei…

– Birretta?

– Birretta.

Si allontanarono sottobraccio, scivolando lentamente uno dentro l’altro.

Dall’altra parte della sala, in un angolo di penombra, un giovane si avvicinò a una dama avanti con l’età, seduta in disparte.

– Buongiorno Fine della Notte, mi concedete questa danza?

– Buonanotte Inizio del Giorno. Ardito, come vostro solito.

– È la vista di voi che mi fa accendere mia cara. Sola, schiarita e bella come non mai.

– Ma che dite… il mio momento più intenso è ormai lontano. La mia bellezza è un ricordo passato, come l’oscurità che porto dentro.

– La vostra oscurità, così distante dalla mia anima, è ciò che permette di conoscermi come niente e nessuno potrà mai fare.

– Siete il solito poeta adulatore. Sapete ancora condurre?

– Seguite me, mia cara

Si diedero un bacio, perché era giusto, poi fecero l’amore, perché era tempo.

Follia

Miraggio

Bentrovato, ti stavamo aspettando.

Come chi siamo?

Siamo noi, siamo ovunque, accalcate, temute, festanti. Siamo arrabbiate, scioperanti, forcaiole. Siamo ondivaghe e irrazionali, eterogenee e pericolose.

Siamo le folle.

Vieni più vicino, unisciti a noi, non aver paura, mescolati e confonditi, dentro di noi sarai al sicuro. Potrai muoverti nello sciame di corpi, sfiorarne i bordi, essere libero di lasciar andare un peto e fuggire via senza che nessuno sappia chi è stato. Nessuno ti chiederà chi sei, da dove vieni e perché ti trovi lì; dentro di noi sei uguale a tutti gli altri, nessuno conta di più o di meno, nessuno conta qualcosa. La sola cosa importante siamo noi: splendide, mutevoli, narcisistiche folle.

Cammina e annusa l’odore del sudore, del fumo e dei fiati, nuvole di condensa invernale che svaniscono appena al di sopra degli occhi. Offriti all’osmosi collettiva di muscoli e menti, che unisce persone mai viste in movimenti e canti, sorrisi e grida, cazzotti e balli. Non troverai luogo migliore per la tua realizzazione, per il tuo compito, per la tua affermazione.

Non preoccuparti di come nasciamo, se di parto spontaneo o indotto, se cresciamo attorno a un leader fisico o a un sogno condiviso, se dopo la nostra morte qualcuno porterà avanti il nostro ricordo o se tutti coloro che hanno vissuto al nostro interno torneranno alle loro vite dimenticandosi tutto. Noi siamo e saremo sempre la più potente materializzazione dell’espressione umana e l’apice della sua essenza.

Dentro le folle ti potrai finalmente sentire protetto, sostenuto, esaltato; tutto ciò che manca alla tua vita di singolo essere umano sarà a tua disposizione dentro di noi: riparo, sicurezza, comprensione, comunione. Potrai essere tutto e il contrario di tutto. Potrai inebriarti di libertà mentre i polmoni sono tanto stretti da non riuscire a respirare; potrai gridare fino a scorticarti la gola, senza che chi ti sta accanto riesca a percepire il benché minimo rumore; potrai finalmente avere giustizia mentre sei immerso fino al collo nell’empietà. Potrai fare tutto questo, senza sembrare completamente folle.

Buongiorno a tutti allora, sono io, sono il folle.

Mi presento perché l’ultima volta che non l’ho fatto per eccesso di timidezza, o mancanza di alcool, poi tutti quanti se la sono presa con me e tu, tu che mi guardi storto, che non sai cosa potrei fare con queste dita, che sono tante e a volte pure troppe, ma tanto che ne sai tu, a te mica si moltiplicano le dita, sei come gli altri, quelli che non sognano rinoceronti color ribes che cadono da cascate di capelli dritti su una culla di paglia e gin lemon i wonder how I wonder why. Eh no, tu non li fai mica sogni così, quindi ora smetti di fissarmi, stai fermo lì e contati le dita.

Devo ammettere che sono un po’ in imbarazzo a inserirmi così dentro di voi, nelle folle; sarà quel triangolo verde sopra la testa che mi segue ovunque o il mio odore di credenza della nonna, ma ho sempre l’impressione di essere al centro dell’attenzione quando sono solo, figuriamoci quando sono in mezzo a tutta questa gente.

Anche perché le persone non mi hanno mai capito un granché; mi ricordo che già nella culla urlavo, piangevo, mi dimenavo ed espellevo con tutte le mie forze ogni cosa contenuta nel mio corpo. Mi riempivano fino a farmi esplodere quelle cose, dovevo sputarle fuori prima che mi lacerassero la pelle quelle cose. Ma, ogni volta che le scacciavo, le persone che incontravo me ne rimetteva dentro il doppio, il triplo. E voi, onorevoli folle, siete piene zeppole di quelle facce che per anni mi hanno usato come un cestino dei rifiuti, sono tante, troppe, tonte, truppe, tinte, trippe.

Certo la prospettiva di poter fare tutto ciò che desidero, in particolare quella cosa dello sfiorare i bordi delle persone, mi alletta, certo sarebbe strano mi allattasse, allietare sì, ma meglio restare allerta. Io non ho mai potuto dire se mi andava bene o no tutto questo, nessuno me l’ha mai chiesto, nessuno mi ha mai ascoltato. Peraltro è tutta la vita che non posso mai fare quello che voglio fare, quello che mi dicono di fare, quello che farei se potessi fare. Non che io sia il burattino di nessuno, sia chiaro, qui sono l’unico senza fili in un mondo di marionette guidate a loro insaputa da tutte quelle mani nascoste dietro slogan e bottoni fluorescenti che gridano “Acquista subito”, “Offerta speciale”, “Approfitta dello sconto”, “Non perdere l’occasione”, “Mira e spara”, “Boom”, “+112 kills SuperCombo”, “Andrai all’inferno”, “L’inferno sono gli altri”.

Ok, se per voi va bene, entrerei dentro di voi. Sono un po’ nervoso ma, se poi dovesse scappare un peto, scapperò anche io urlando “Al peto! Al peto!” così nessuno potrà pensare che sia stato io. Un peto porta di certo scompiglio, ma mai quanto questi candelotti di tritolo che ho legato in vita e farò scoppiare tra tre, due, uno, cosa sono quelle facce, ma dai stavo scherzando.

Oppure no?

D’altronde si sa come va con le folle: basta un solo folle perché tutto diventi una follia.

Lattina di sogni

Miraggio

Non ho mai avuto grosse pretese né chissà quali ambizioni, è vero. Certo ammetto che ogni tanto fermentava in me il sogno di poter ottenere un giorno un qualche riconoscimento, anche solo un posto in cui potessi essere vista e desiderata, ma la verità è che mi sarei accontentata di trovare qualcuno che mi apprezzasse per quella che ero.

Sono cresciuta in uno stabilimento modesto, per non dire ai limiti delle regole d’igiene e di decenza. Eravamo in tante, trattate come se fossimo una uguale all’altra, destinate a gusti semplici più attenti alla quantità che alla qualità. Ogni tanto, però, filtrava tra noi il chiacchiericcio illusorio che raccontava di una conoscente che si era imbucata a una festa di giovani rampolli, un’altra trasportata fino in una baita a migliaia di metri sul livello del mare, un’altra ancora che il mare era riuscita a vederlo per davvero. Storie che aiutavano a mandar giù il retrogusto amarognolo della vita di tutti i giorni.

Non ho mai avuto grosse pretese, eppure neppure nei miei incubi peggiori avrei immaginato che mi sarei ritrovata qui, al fondo di un autobus gonfio di caldo e sudore, al fianco di un compagno accasciato sul sedile, a malapena cosciente. Il vestito ammaccato che indosso è lo stesso di cui andavo tanto fiera il giorno che me lo consegnarono. Sembrava fatto su misura per me, mi fasciava perfettamente senza risultare scomodo, era colorato e brillante. Mi sentivo speciale, che stupida. Ora il rosso e l’oro mi sembrano opachi e pacchiani, le scritte sono sbiadite e il cappellino argentato si è arrugginito. Il solo pensiero della fierezza con cui lo esponevo di fronte a chi mi concedeva anche solo una rapida occhiata ora mi nausea.

Avrei dovuto capirlo che qualcosa non andava quando ci sistemarono in file disordinate, senza nessuna logica o rispetto. Non volevano che restassimo a lungo, eravamo di passaggio e meno saremmo state esposte agli sguardi dei clienti, prima avrebbero potuto svuotare i magazzini, per riempirli nuovamente. Appena arrivai, ero già in offerta.

Avrei dovuto capirlo che mi era andata male quando quella mano mi aveva abbracciata senza affetto. Non mi aveva dato neanche il tempo di darmi una rinfrescata, prima di concedermi a lui. Posso ancora percepire sul bordo quel primo contatto con le sue labbra accartocciate e la sorpresa di scoprirlo senza i denti davanti. Mi ha stappata senza godermi, un gesto meccanico che aveva ripetuto con chissà quante altre prima di me.  Eppure non lo odio.

Sono rovesciata a terra ma a nessuno sembra importare, sono calda, mi faccio schifo. Le gente ci guarda di sottecchi, con disgusto, vorrei urlare che non ho potuto opporre resistenza, che avrei potuto essere meglio di così. Lui si sdraia, forse sviene, non mi considera, non esisto più per lui. Sono solo un’altra che è andata giù, che ha prolungato la sua sbornia di disperazione. Non ho mai avuto grosse pretese ma il rispetto, quello sì, lo pretendevo. Nemmeno quello.

Ora rotolo lentamente via da lui, unico compagno di una vita in disparte, il solo che abbia mai baciato, puttaniere che al risveglio andrà in cerca di un’altra come me. Il vuoto che sento è solo fisico? O con una sorsata si è portato via qualcosa di più? A chi importa, in fondo?

Non so perché sto scrivendo queste parole, forse perché sento la fine approcciarsi e ho bisogno della considerazione che non ho mai avuto, mentre colo via in silenzio al fondo di un autobus che mi porta da nessuna parte. Non so cosa proverà chi leggerà la mia storiella sgasata, ma mi sento di lasciare un messaggio prima di evaporare da questo mondo senza bollicine: abbiate rispetto per le lattine di birra, anche loro hanno dei sogni.

Una mosca

Miraggio

Una mosca cammina sul bordo lungo di un comodino. Più precisamente su quella striscia curva che unisce la superficie piana del mobiletto – libri su libri, una penna accanto a una lampada rossa, un pacchetto di fazzoletti mezzo vuoto e il cavo penzolante di un caricabatterie – con il dirupo di legno che termina la corsa sul pavimento.

In bilico sul lembo lucido di superficie si muove a scatti la mosca, ancorata, rapida, apparentemente incerta sulla direzione da prendere. Affetta da un qualche disturbo della memoria a breve termine, a corrente alternata scorda e ricorda la destinazione del suo vagare; scatta sicura in linea retta poi si blocca e temporeggia, riparte convinta per recuperare il tempo perso, ma subito si guarda intorno come si risvegliasse in una casa diversa dalla propria, si affanna e si smarrisce.

In balia di riverberi e suoni improvvisi si sposta, attratta da una voce che non è sicura di aver sentito veramente, intimorita da un acuto che forse ha solo sognato, si guarda intorno e non vede nessuno, si crede pazza, si chiede che cosa mai ci faccia lì, proprio lì, in quel momento, persa o solo smemorata.

Si ferma, ora ricorda, un prato, un albero, molti alberi, la sensazione del vento che l’avvolge, freddo, trasparente come la superficie sulla quale era incappata poco tempo prima, un approdo tangibile eppure falso. Un pavimento che permetteva di vedere attraverso, che assurdità, una superficie tiepida, comoda in effetti, perfetta per riprendere fiato e osservare mondi.

Aveva sostato sul vetro della finestra per un tempo indefinibile, forse era morta e risorta, finché una voce le aveva sussurrato ammaliante “Dentro, ora!”. A tentoni aveva mappato l’intera area, alla ricerca di una via, di un percorso, di un senso. Il vasistas era aperto, fortunata lei.

Smisurato era stato lo stupore muscoide nello scoprire quel mondo nuovo, fatto di colori bruni e strutture rigide, un caleidoscopio di meraviglie domestiche le vorticava attorno, odori senza un perché, suoni ovattati e compressi, sinestesie di un placido trip senza conseguenze stupefacenti. Per un attimo sopraffatta da tutto ciò si era posizionata in un angolo, in alto, a testa in giù per permettersi di pensare meglio, a osservare. Tutto questo non aveva senso, il contrasto con l’esterno, la differenza di temperatura, le altezze ridotte, il cielo inaccessibile. Come poteva esistere una realtà del genere? Doveva essere frutto di una qualche allucinazione o di un qualche demone aracneo, creatore di una magistrale illusione che avrebbe messo fine all’intera popolazione dei ditteri. Sarebbero potuti di certo arrivare a tanto, quei pazienti tessitori.

La paura dell’ignoto non aveva fermato però la mosca, che spinse al massimo le sue capacità, stremò le sue ali, per non perdersi nemmeno un pulvillo di quell’ambiente asettico, statico e con un vago odore di chiuso. Presa dalla foga si perse più volte, in sé stessa e nella casa, tra ripide salite e stucchi malmessi, superfici color malva e attrezzature mostruose. Cosa può fare una mosca in mezzo a tutto questo se non perdere il senno?

Ormai senza più una bussola, senza più una meta, senza una certezza che sia una, l’errante in frac si abbandona in quello che si può a ragione considerare come l’archetipo dello zigzagare. Irripetibile, irrazionale, vittima dei continui black out sul circuito del proprio sé, il percorso della mosca prosegue senza che sia possibile neanche per la Fortuna scommettere sul prossimo passo. Abbandonata da tutti, in attesa di un cenno, di un Dio, avanza poi si ferma, volge lo sguardo a est poi confabula verso sud, salta finalmente decisa, salvo poi tornare sulle proprie zampe. In perpetua lotta con il ricordo della propria missione vaga sul comodino la stolida mosca, inconscia solo a tratti, determinata solo per metà.