Miraggio
Driiin.
Mentre la folla di teste spettinate si riversava disordinatamente fuori dalla porta, i quattro si attardarono fingendo di sistemare qualcosa alle rispettive postazioni. Quando il caos diventò un vociare poco lontano, si scambiarono un rapido cenno d’intesa e uscirono dalla stanza che sapeva di chiuso, dirigendosi spediti verso il lato opposto rispetto a quello preso dal flusso umano che li aveva preceduti. Svoltarono un angolo e, semi nascosti da un alto termosifone in ghisa, si radunarono al solito davanzale, sotto al quale avevano lasciato un paio di sgabelli in plastica colorati, che finora nessuno aveva reclamato. Era certo un luogo di ritrovo scarno, ma come base segreta provvisoria poteva bastare.
Lei, capelli ricciuti biondi e scarpe imbrattate di fango rappreso, si tirò su con grazia, mettendosi a sedere sul davanzale, lasciando le gambe a penzoloni.
– Sarà meglio che ci muoviamo. Abbiamo perso un sacco di tempo.
Mentre stava finendo la frase, chiuse le labbra e gonfiò un palloncino di gomma da masticare rosa fluo, che perse colore man mano che si faceva più grande. Rimase sospeso un paio di secondi, poi cedette e esplose, afflosciandosi lentamente.
Su uno degli sgabelli si sedette pesantemente un tizio con sopracciglia folte e un gilet imbottito un po’ troppo pesante per la stagione. Teneva lo sguardo fisso sul pavimento, mentre si torturava la pellicina di un pollice con le dita dell’altra mano.
– Siamo proprio sicuri che attaccheranno oggi? Magari era solo un falso allarme, magari alla fine non si faranno vedere, come l’ultima volta – disse senza alzare gli occhi, quasi con rassegnazione.
La voce che gli rispose scandì con cura le parole, come se stesse leggendo un copione scritto.
– I segnali sono chiari, proprio come aveva previsto il vecchio pazzo.
Era il più basso del gruppo, e i pantaloni a pinocchietto beige non aiutavano a esaltare la sua figura, ciononostante emanava un’aura di autorevolezza che cozzava con l’apparente flemma. Rimase in piedi accanto a uno degli sgabelli e riprese a parlare.
– La profezia descrive chiaram…
– Ooh, basta con ‘sta profezia, Andre. Non mi importa più nulla di quel vecchio, sono stufa dei suoi falsi allarmi. Se siamo qui non è per la profezia, ma perché ci siamo stancati di aspettare che vengano loro a cercarci. Li attaccheremo prima noi, sfruttando l’effetto sorpresa. E gli faremo il culo.
Gli altri tre rimasero un po’ interdetti per l’utilizzo di quel linguaggio scurrile, ma ormai ci avevano fatto il callo. Lei era la più grande del gruppo, il suo essere di inizio gennaio la rendeva in qualche modo giustificata a usare parole che per gli altri erano proibite. Appoggiò un piede sullo sgabello rimasto vuoto e tirò fuori dalla tasca una rotella di liquirizia che morse senza srotolarla, come un biscotto.
– Cloti, va bene, pensala come vuoi. Ma non possiamo semplicemente gettarci in campo aperto e sbattere i pugni sul petto. Sarebbe un massacro. Dobbiamo attenerci al piano.
Andrea parlò pacatamente, senza rivolgere lo sguardo direttamente a Clotilde, che nel frattempo ciancicava a bocca aperta spandendo un odore dolciastro di liquirizia. Lei non replicò.
– Viola, vuoi cominciare tu a ripassare il piano? – disse Andrea rivolgendosi alla ragazza con lo sguardo un po’ svagato, seduta sul davanzale.
– Ah, sì, certo, ecco allora… mi pare che… per prima cosa… senti, perché non fai cominciare Ravi, lui è bravo in ‘ste cose.
Andrea guardò Viola senza dire nulla, lei distolse lo sguardo e gonfiò un palloncino di gomma da masticare così grande che coprì il leggero rossore che per qualche secondo le colorò le gote.
– Ravi, per favore, puoi…
Il ragazzo seduto sullo sgabello iniziò a parlare con un tono di voce appena udibile, senza staccare lo sguardo dal pavimento e dalle sue unghie.
– Il piano è diviso in quattro parti, se vogliamo che abbia successo ognuno dovrà mettere a disposizione i propri poteri. La capacità di leggere nei pensieri di Andrea sarà essenziale per poterci muovere conoscendo già le mosse dei nostri nemici, dopodiché toccherà a Viola fermare il tempo, per far partire l’operazione Sradicamento.
Viola annuì energicamente, incrociando i piedi sospesi nel vuoto. Ravi continuò, dopo una breve pausa.
– Io e Clotilde aspetteremo il vostro segnale. Non appena saranno a tiro io mi renderò invisibile per muovermi tra di loro, mentre Cloti volerà sopra i tetti per distrarli e colpirli dall’alto.
– Grazie Ravi – commentò Andrea – ricordatevi, il segnale è un doppio fischio rapido seguito da un fischio lungo. Dovremo essere perfettamente sincronizzati, se vogliamo batterli.
– Questa volta non faremo prigionieri – disse Clotilde stringendo i denti, che nel frattempo si erano tinti di nero a causa della caramella.
– Non sottovalutiamo i nostri nemici, sono tenaci, subdoli e dalla loro hanno anni di allenamento e battaglie vinte – Andrea manteneva un tono risoluto e calmo, ma la sua voce perse un briciolo di convinzione mentre parlava.
– Io posso leggere nei pensieri e trasmettervi telepaticamente ciò che scopro, ma l’Aspettativa Altrui è un’avversaria che cambia forma continuamente, l’ultima volta ci ha quasi schiacciati tutti e quattro.
Viola rimase colpita dal leggero velo di esitazione che trasmise Andrea; era raro che uno come lui non apparisse imperturbabile e rassicurante, e in un attimo rannicchiò le gambe contro il petto, tenendosele strette con le braccia.
– Io non so per quanto riuscirò a bloccare il tempo, ragazzi. E se non fossi abbastanza forte per reggere…
– Viola – intervenne Clotilde, guardandola negli occhi – tu sei una grande e il tuo ruolo è fondamentale. La Paura del Giudizio è un mostro tutto muscoli e niente cervello. Non pensare a quanto grande si farà per impressionarti, farà più rumore quando la abbatterai.
Viola rialzò appena il capo, ma il sostegno della compagna sembrava averle ridato un po’ di sicurezza.
– Ravi, tu… – cominciò Andrea, ma il ragazzo seduto con il gilet imbottito lo interruppe – Non ti preoccupare per me. Ho un conto in sospeso con quel bast… maledetto. Non succederà come l’ultima volta. Questa volta so come rimanere invisibile per il tempo necessario. Colpirò quel dannato Senso di Colpa alle spalle, prima che possa rendersi conto di cosa è successo.
Ravi aveva pronunciato quelle parole con una ferocia inaspettata, ma che gli altri conoscevano molto bene. Quello che in apparenza sembrava un soggetto taciturno e remissivo, celava uno spirito attento e determinato. Andrea annuì in direzione dell’amico, poi rivolse un’occhiata seria a Clotilde.
– Tu sei pronta?
– Lo sono – rispose lei convinta, ma senza quel velo di presunzione che aveva ostentato fino a poco prima – Sono stanca di fuggire e di nascondermi. Questa volta volerò talmente in alto che neanche la Paura di Sbagliare sarà in grado di raggiungermi. Restituirò a quella stronza tutto quello che mi ha fatto provare in questi anni. Fosse l’ultima cosa che faccio.
Clotilde era così, un po’ melodrammatica e spaccona, ma anche coraggiosa e fedele, gli altri tre lo sapevano bene.
Calò un silenzio che sapeva di voglia di rivalsa. In lontananza il brusio di un vociare acuto sembrava quello di una folla in attesa. In attesa di quattro eroi.
Driiin.
La campanella suonò la fine dell’intervallo e le maestre cominciarono a radunare i bambini che controvoglia rientravano dal cortile verso le rispettive classi. Andrea, Clotilde, Ravi e Viola si scambiarono uno sguardo deciso, unirono le mani al centro del loro cerchio e, prima di rientrare in classe per la lezione di italiano, simultaneamente dissero – Favolosi quattro, uniti!
