Scalogna

Miraggio

— E così, oggi, morirò.

Il pensiero del condannato rimase ingabbiato nella sua mente, senza trovare la forza neppure per una minima verbalizzazione. Era stato trascinato sul patibolo, in attesa che il boia decretasse la sua fine.

— Morirò solo, senza neanche un insulto o uno sputo da parte di una folla carogna.

Non c’era pubblico ad assistere all’esecuzione, solo lui, il boia, un pavimento di legno unto e il filo mortale della mannaia accanto a lui. Si sentì quasi offeso, gli venne da pensare che almeno avrebbe voluto un pubblico che lo osservasse morire, gli venne da pensare che una morte senza neanche uno spettatore valesse poco o nulla. L’ultima mortificazione prima della fine.

— Morirò senza neanche sapere il perché. Senza avere il conforto di una parola o di qualcuno da odiare.

Non c’era stato un processo, non un qualche tipo di messa in scena per pulirsi la coscienza di fronte a Dio o chi per esso. Nemmeno un giudice puttaniere al quale prima implorare pietà e poi promettere vendetta dall’aldilà. Non c’era stata un’accusa, neanche quella. Era stato semplicemente preso e portato via.

— Morirò così, nudo e gelido, come un pezzo di niente che non interessa a nessuno.

Aveva passato le ultime ore nella cella fredda e umida di una prigione dalle pareti bianche, in bilico su una graticola che lasciava intravedere i piani sottostanti e i compagni di sventura lì relegati. Negli attimi in cui i carcerieri aprivano la porta e lasciavano filtrare luce all’interno del tugurio, aveva scorto prigionieri provenienti da qualsiasi parte della terra, anche di etnie a lui sconosciute. Esseri di cui non avrebbe mai conosciuto il nome e che sarebbero morti di lì a breve.

Pochi minuti prima il boia si era occupato personalmente di andare a prelevarlo dalla galera, lo aveva condotto su quel dannato palco di legno e lo aveva spogliato con le proprie mani, gettandone i vestiti direttamente nella spazzatura. Lo aveva trovato un gesto estremamente degradante da parte del carceriere; in fondo erano vestiti buoni, avrebbero potuto far comodo a qualcun altro, in fondo erano pur sempre vestiti suoi, le uniche cose che possedeva. Niente di quello che gli era appartenuto avrebbe visto un altro giorno, oggetti contaminati dal solo contatto con il suo corpo.

Il detenuto attendeva sdraiato con la guancia schiacciata sul pavimento da qualche minuto. O forse da qualche ora. O forse da qualche secondo. Aveva perso totalmente il senso del tempo durante la permanenza nella prigione bianca, dove il buio era costante e la luce entrava raramente, per pochi secondi soltanto. Da quella prospettiva quello che lo colpì furono i profondi segni a terra, lunghi solchi che fendevano il materiale ligneo, rivelando tonalità più chiare e fresche di quelle superficiali. Gli venne da pensare che il boia sapeva senza dubbio fare il proprio lavoro, se quelle erano, come immaginava, le fenditure lasciate dalla maledetta arma del suo aguzzino. Valutò che era proprio una considerazione idiota come ultimo pensiero prima di morire.

Sentì dei passi avvicinarsi alle proprie spalle, poi fermarsi, poi armeggiare con qualcosa di metallico.

— E così, oggi, morirò. Non so se si possa definire destino, giustizia o sfortuna tutto questo. Di certo so solo che oggi morirò.

I pensieri del condannato rimasero intimi dentro di lui, mentre gustava l’ultimo scampolo di silenzio, assaporandolo come fosse il suo piatto preferito.

La lama del boia calò con un sibilo, tranciando di netto il collo come fosse un gambo di sedano. Non pago il boia infierì sul cadavere con forza sovrumana, apparentemente insensibile alla scena ripugnante che aveva creato con le proprie mani.

L’uomo posò il coltello e prese un panno per asciugarsi le mani.

— Amore, lo scalogno è pronto, devo tagliare qualcos’altro?

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