Due brioches

Miraggio

Ogni mattina, alla stessa ora, un uomo alto e pesante siede sul legno di una panchina solitaria di periferia. Ha un’età non definibile, potrebbe essere poco oltre i cinquanta per come si muove, come aver superato da tempo gli ottanta per la pelle ruvida e invecchiata. Veste in maniera semplice, con abiti appena lisi, sebbene sempre decorosi e profumati. Indossa scarpe sportive con la suola leggermente scollata e consumata sul lato esterno del tallone, mentre i lacci sono stretti in un nodo infantile. Il volto ha un’imperturbabile espressione neutra, gli occhi socchiusi, come se un pensiero ricorrente gli tornasse sempre alla mente. I capelli disordinati e ingrigiti, la fronte racchiusa in una stempiatura generosa, le mascelle morbide e un mento stondato fanno da cornice a un viso indefinibile. Porta sempre con sé un rumoroso sacchetto di carta, nel quale si abbracciano due brioches.

Prima di arrivare alla panchina si reca al solito bar, saluta con un tenue sorriso e cerca un angolo del bancone poco affollato. Ordina un caffè e lo beve amaro, bollente, in due sorsi. A volte si sofferma a osservare le incrostazioni sul fondo della tazzina, come un indovino alla ricerca di risposte sul futuro, ma sembra non trovare mai qualcosa di abbastanza interessante, quindi si ripulisce le idee con un bicchierino di acqua frizzante. Porge la tazzina al barista dietro il bancone, ringrazia e chiede due brioches da portar via, una alla crema, l’altra vuota. Chi lavora nel bar sa che deve tenere da parte quei due cornetti per lui, a costo di nasconderli o mettere un bigliettino “Prenotati” se le scorte finiscono più in fretta del previsto. Lui prende il sacchettino, che sfrigola nella sua mano sgarbata mentre lo arrotola per chiuderlo, e paga con le monetine che tiene nella tasca dei pantaloni.

Uscito dal bar l’uomo percorre quotidianamente la stessa strada, svolta dopo svolta, con un passo lento che lo porta in un piccolo parchetto cittadino poco frequentato; niente più che qualche aiuola delimitata da bordi di pietra grigia, quattro alberi anzianotti e tre panchine di legno scrostato, posizionate senza troppo decoro architettonico. Non ne ha una preferita, né pretende la totale solitudine, ma si dirige sempre verso quella più in disparte. Si siede, guarda per un momento le fronde degli alberi e apre il sacchettino, tirando fuori le due brioches. Una, quella alla crema, la mangia, l’altra, quella vuota, la appoggia a fianco a sé e finisce sempre che ci banchettano gli uccellini.

L’uomo non si preoccupa di chi approfitta di quel pasto regalato, che siano piccioni dall’aria allampanata o passerotti diffidenti, lui guarda di fronte a sé, talvolta chino con i gomiti sulle proprie ginocchia, talvolta distendendosi contro lo schienale della panchina. È capitato che qualcuno si avvicinasse e gli facesse notare che la sua brioche era stata rapita da uno scoiattolo audace, ma l’uomo aveva sorriso e sviato la conversazione, rispondendo che non importava, che tanto non era per lui quella brioche.

Mentre gli abitanti del parchetto più fortunati si accaparrano quell’inaspettato spuntino, lui finisce la sua brioche alla crema, prende il sacchetto vuoto che crepita tra le sue grandi mani, lo stende, lo piega in quattro parti e se lo infila in tasca.

Ogni mattina un uomo alto e pesante finisce la sua colazione, sussurra – Mi manchi – alle nuvole e se ne va.

I migliori anni della vostra vita

Spioncino

Persona “X” di scarso interesse con cui sono forzato a interagire nel corso di una cena tra colleghi – La scorsa settimana, poi, ho dovuto sorbirmi gli incontri con i professori a scuola, perché figurati se mia moglie ci va. Ogni volta ci devo andare io, se no lei ci litiga.

Io, fingendo con scarso successo di partecipare con curiosità alla conversazione – Ahahah, immagino.

X, intenzionato ad approfondire l’argomento – L’ultima volta ha mandato a fanculo quella di Inglese, che poi quelle sono stronze, si vendicano sui ragazzi, fanno così.

Io – Ahaha, certo, immagino. Che scuole fanno?

X – Una le medie, l’altro il secondo anno di liceo.

Io – Mamma mia, mi vengono i brividi a pensare quegli anni.

Talvolta capita che si diano per scontati alcuni vissuti e alcune interpretazioni, pensando che le altre persone condividano i nostri giudizi e sensazioni in merito al passato, a esperienze di vita comuni. Spesso si finisce a scontrarsi con realtà parallele, a fare i conti con fardelli psicologici dai tratti contrapposti e chiedersi chi è lo strano, noi o loro?

X – Ah io ci tornerei subito, ho fatto tante di quelle cazzate, avevo pure ancora i capelli!

Io – Si? No guarda, io ho solo pessimi ricordi di quel periodo, medie e liceo in partic…

Persona “Y”, se possibile ancor meno gradevole di X, che ascolta e ci tiene tanto a dire la sua – Ma nooo, io pagherei per avere di nuovo quell’età! Mi sono divertita così tanto in classe, le feste, le gite, andavamo a ballare tutti i sabati sera, maro’ che bellezza.

X – Noi ogni anno organizziamo la cena di classe del liceo, vanno via non meno di venti bottiglie ogni volta, ahahah!

Y – Pensa che noi abbiamo il gruppo Whatsapp della classe, con quelli che sono rimasti giù ci vediamo ogni tanto per un aperitivo, ormai abbiamo una certa eh, però quelli sono stati i migliori anni della vita, dai!

Dentro di me, nel frattempo, si sono sovrapposti strati su strati di disagio adolescenziale, e non, che mi appiattiscono contro la sedia.

Io del periodo scolastico che va dalle elementari al liceo conservo un ricordo ripugnante. Niente di particolarmente traumatico, né storie di bullismo o drammi da additare, bensì un susseguirsi di sensazioni sgradevoli, emozioni da reprimere, brevi flashback situazionali imbarazzanti e fastidi nei confronti del me del passato. Nel mezzo lo spirito di sopravvivenza cerca di far risaltare sprazzi di positività e nicchie di soddisfazione, che per anni hanno coperto e nascosto un fondale di malessere e isolamento che nel tempo si è sedimentato, diventando tagliente come corallo.

Il solo pensiero di una cena con gente che non vedo e non sento da una ventennio, e ci sarà ben un motivo di questo reciproco ignorarsi, mi ha fatto rispuntare un brufolo sulla fronte. Essere inserito in un gruppo Whatsapp di classe potrebbe farmi finalmente prendere in considerazione un nuovo stile di vita, basato sulla sopravvivenza in una giungla con solo un coltellino svizzero come strumento.

Che sia io in un completo di tuta coordinato della Think Pink, grazie eh Ma’, oppure la domenica sera durante “Per un pugno di libri” mentre affiorava la nausea in vista del lunedì, il rientro in classe dopo l’ennesimo derby perso, la delusione delle aspettative in seguito a un quattro secco, la costante paura di essere giudicato e mortificato per un passo falso o la continua sensazione di inadeguatezza che accompagnava le giornate, ciò che tiene insieme quel fagotto di vita sono legacci di disagio, solitudine, rabbia e autorepressione. Un bel pacchettino di merda con cui faccio i conti e i cui riverberi influenzano il mio oggi. Talmente vibrante nella mia consapevolezza, che mi autoconvinco che debba essere opinione comune dell’umanità intera. Così non è, buon per loro direi, ma ora vediamo di cambiare argomento, perché no, X e Y, quelli sono stati i migliori anni della vostra vita, non della mia.

Le sensazioni della prima volta

[Flussi]

Esiste una gamma di sensazioni irripetibili per definizione.

Le sensazioni della prima volta.

Ricordi sinestetici che accompagnano la vita a braccetto con la nostalgia, e fanno da termine di paragone con tutto ciò che viene dopo. Spesso si trascinano dietro immagini, colori, parole e altre, indefinibili, sensazioni.

Vorrei poter percepire quelle emozioni ancora una volta. Vorrei sentire gli odori come se non li conoscessi, riempirmi delle emozioni binarie dell’infanzia, vorrei avere sensi vergini e illibati. Vorrei, ma non posso, quindi scrivo e rileggo.

Il primo tuffo in mare, il primo Fior di Fragola, la prima volta che ho ascoltato Stairway to heaven.

Il primo volo in aereo, il primo bacio, la prima volta che ho mangiato i pomodori dell’Isola d’Elba.

La prima carezza, il primo boato della Maratona, la prima volta che ho sentito il profumo di una pineta.

La prima focaccia, il primo stipendio, la prima volta che ho visto un concerto dal vivo.

La prima sbronza, la prima vacanza con gli amici, la prima volta che ho letto la morte di Druss.

Il primo giorno di università, il primo viaggio in autostrada, la prima volta che ho visto una lucciola.

La prima volta che ho sentito il nostro amore, quella no; quella la rivivo ogni volta che ci guardiamo negli occhi.

I fagiolini fanno toc

[Varietà]

Nella categoria “Azioni Proustiane” rientra a pieno titolo l’atto del pulire i fagiolini.

Elba, Zanca per la precisione, piena estate; al centro del salone un tavolo di legno massiccio, nascosto da una cerata ricoperta d’immagini di fiori e piante, ognuna con il proprio nome scritto in un corsivo minuto e sgranato. A capotavola un bimbetto, 6 o 7 anni, i capelli umidi dalla doccia, petto nudo e pantaloncini a righe. Alla sua sinistra la nonna, 60 o 70 anni, per il bimbo non c’è molta differenza, capelli gonfi dalla piega, vestaglia azzurrina e grembiule a righe. A dividere i due un cumulo di bastoncini verdi, appuntiti alle estremità; due chili almeno, forse più.

– Allora, stellina, per pulire i fagiolini devi togliere il capo e la coda, così.

Toc. Toc.

Il ragazzino fissa nella mente l’azione e annuisce. Prende un fagiolino e con la punta delle dita stringe un’estremità.

Niente toc.

– Guarda, non strizzarlo, pieghi leggermente e tiri.

Toc. Toc.

Le sopracciglia del bimbo si aggrottano appena, afferra un altro fagiolino, stringe e tira.

Niente toc.

Il nipote guarda interdetto la nonna che sorride e prende un baccello.

Toc. Toc.

– Nonna perché i miei fagiolini non fanno rumore?

– Che rumore?

– I tuoi fagiolini fanno toc.

– Oimmèna, anche i tuoi fagiolini possono fare toc, stellina. Se li pulisci bene faranno toc! Su, riprova.

Il bimbo prende un fagiolino dalla montagnetta, concentrato afferra l’estremità dal baccello da cui spunta un pezzettino di rametto secco, piega e tira.

Toc.

Il nipote sorride, alzo gli occhi verso la nonna e in uno sguardo si trasmettono la gioia.

Bastano i tuoi occhi

[The One]

Ripercorro spiagge d’inchiostro, fino a incappare, di nuovo, negli occhi che avevi quel giorno.

Rivivo l’asma emotivo e la luce, mesciata alla risacca delle onde morbide, che curava ogni tuo riflesso lavorandoti con un pennello fine, usandoti la cura dell’esteta che ricerca l’utopia.

Sotto i piedi sento i granelli di sabbia, singole lettere, freddi e consistenti come pan di spagna, inclinati tutti verso l’epicentro sorridente che sei; mi guidano verso di te, mi indicano la strada da percorrere piede dopo piede, bacio dopo bacio.

Su quel litorale vorrei poterci tornare, basta un attimo, bastano i tuoi occhi.

Siena 1

[In viaggio]

La prima immagine che conservo di te è la discesa che da San Domenico porta verso il tuo cuore.

Sei tutta lì. In uno scorcio, uno spacco di coscia, mostri tutto il tuo meglio. Tetti, righe e torri ammucchiati tra le curve dei seni, pietra liscia e terra che ti fanno da trucco, ricordi e sorrisi come nuvole di profumo. Da lì, incorniciata in una piccola sezione di cielo, sei più bella che mai.

Mi manchi, ma ti ritrovo sempre nelle scorciatoie, nelle cantilene, nelle luci della sera. Ci stendiamo uno sull’altra in quella piazza che sai, quella che rivedo sempre passando dall’entrata della prima volta, quando, sceso l’ultimo gradino, il fiato si tuffò ai piedi.

Mi manchi, ma so che sei lì e tu sai che io, presto o tardi, tornerò.

Lucciole Proustiane

[Flussi]

Esiste un angolo di mente adibito a conservare frammenti d’infanzia, al quale basta un piccolo aiuto per ritrovare diapositive odorose dimenticate per anni. Che sia una madeleine immersa nel tè di tiglio o altro poco importa.

Ieri, ad esempio, ho rivisto le lucciole.

Era tempo che non incontravo più quelle minuscole lampadine che si accendono in un punto e nell’istante di buio si spostano di qualche centimetro. Ne sono sempre rimasto incantato e da piccolo avevo l’impressione che si potessero muovere solo da spente, come in un gioco nel quale bisogna stare immobili quando le luci si accendono, pena la squalifica. Attendevo il lampeggio successivo per indovinare dove l’avrei vista ricomparire.

Grazie alle lucciole ho rivisto le notti blu dell’Isola d’Elba, ho percepito il profumo delle ginestre, persino un lieve fruscio delle emozioni di bambino. Da lì un percorso istantaneo che ha mischiato gusti di pizze, colori di bougainville, rumore di tagliaerba, sofficità di papaveri, cartelloni di gelati, varietà di secchielli, echi di storie, pizzichi di zanzare. Una caotica sinestesia personale, accesa per un attimo e spenta poco dopo, come una lucciola.

Ricordi

[Varietà]

Pareva che quella macchia fosse intenzionata a restare appesa alla parete per sempre.

Un quadro da mercatino delle pulci che raffigurava natura morta in tonalità funeree aveva occupato esattamente quello spazio per più anni di quelli che si sarebbe meritato. Quando finalmente il dipinto era stato archiviato in un angolo della cantina, a dividere la mensola con una radio di fine anni ’50 che aveva funzionato sì e no fino agli inizi degli anni ’60, la macchia che con il tempo si era creata alle sue spalle aveva infine visto la luce.

Pallida e squadrata spiccò fin da subito sulla vernice vecchia di qualche anno, opaca di polvere, smog e litigi. Resistente all’azione di spugne di svariati materiali abrasivi, di sgrassanti più o meno reclamizzati, il rettangolo stonava con l’omogeneità che lo circondava. Lo stucco applicato per tappare il buco lasciato dal chiodino che reggeva la cornice altro non faceva che esaltare ancora di più lo stacco cromatico tra la chiazza e il resto del muro.

Resistente al tempo, all’azione dell’uomo, agli umori e ai desideri, la macchia stanziava al suo posto, immobile, risaltava nei suoi confini, distinta. Come il ricordo di te, fisso sulle mie pareti dal giorno in cui sei uscita da quella porta lasciando buchi e ombre, avvinghiato a ogni minimo gesto e per niente intenzionato ad abbandonarmi.

Berlino 1

[In viaggio]

Hai uno spirito nuovo e un tono immenso, eppure non ti sento.

Hai tele grigie a disposizione di colori nuovi, forme quadrate a disposizione di pensieri tondi, spazi ampi a disposizione di mille piccole vite, eppure non ti sento.

Ho voglia di rivederti, ho voglia di mostrarti, ho voglia di leggerti e di ascoltarti, eppure non ti sento.