Saluto alla stanza senza altezza

[Flussi]

Un parallelepipedo di aria, solo questo. Due metri e rotti per cinque; l’altezza non la conosco, non l’ho mai misurata. Adesso vorrei averlo fatto. Adesso sembra importante.

Adesso vorrei sapere esattamente quanti centimetri servono per sfiorare il soffitto, perché la macchina è piena e non voglio dimenticare niente di questa stanza. Neanche un centimetro.

Le pareti tinteggiate di umidità sono illuminate dai segni delle fotografie attaccate con lo scotch, i buchi dei chiodini coperti con il bianchetto in un maldestro tentativo di stuccatura. In un angolo resta ancora una clip rossa che teneva uniti blocchi di fotocopie, su una mensola una ricevuta appallottolata testimonianza di un affitto pagato. Lo spazio angusto tra il letto e la scrivania, le crepe sul soffitto, il legno della porta sfondato da un pugno, la finestra cornice di alberi e case: porterò via anche questo in una fotografia lunga tre anni.

L’eco delle risate, del tempo perso, del sesso, dell’ansia, della leggerezza la sento solo io. Tra qualche giorno questo spazio verrà riempito da nuovi volti, nuova polvere, nuove storie.

Va bene così, io ho la mia fotografia senza altezza.

Dentro o fuori

[Flussi]

Non è una questione di su o giù, più alto o più basso.

È una questione di dentro o fuori.

All’interno di un insieme – tondo, giallo, definito come quelli sui libri di scuola – o fuori, nel resto della pagina al cui termine c’è una cascata altissima.

Dentro quel cerchietto immaginario, ma sensibile – occhi, orecchie, naso, lingua, pelle –, accade tutto. I fuochi d’artificio e le campane del mattino, i profumi delle ginestre e i canti dei cuculi, le urla di rabbia e le urla d’orgasmo, il silenzio, le risate, la paura, l’estasi.

Ma di tutto ciò niente saprai finché non entrerai dentro. Dentro te, dentro ciò che vuoi.