Detriti

[Flussi]

Clicco play e sullo schermo appaiono montagne di detriti accumulati su palmi aperti, protesi verso un pubblico in attesa di download.

Proposta di un pasto non richiesto, indigesto, servito con la delicatezza riservata alle oche condannate ad essere innaffiate con Madeira.

Delirio loro, delirio mio, delirio a senso alternato e con destinazioni opposte. Rette parallele sprezzanti, disprezzanti, dispiegamenti di ali spiumate in picchiata verso il suolo, verso detriti di parole.

E invece 22

[Varietà]

Mi pareva

un corvo rognoso

una profezia sibillina

uno schiaffo postale

una pedata scrotale

uno scherzo del destino

una missiva del Demonio

e invece era

una cartella esattoriale.

Questa mattina

[The One]

Questa mattina, al risveglio, tutta la luce chiedeva di te.

Ogni raggio s’era alzato di buon’ora, alcuni avevano addirittura dormito sul balcone, come prima di un grande concerto, pur di potere essere tra i primi a svegliarti.

E pensa come si dev’essere sentito il primo fotone che questa mattina si è posato sulla tua guancia, pensa alla sua felicità, pensa a quel quanto – chissà come si chiama e cosa fa adesso e come si sente? – che per primo ti ha toccato la pelle, pensa a quel piccolo attimo prima, quello in cui ha percepito lo strato d’aria farsi materia, il vuoto riempirsi, e poi, finalmente, tu.

Pensa a me, che mi sono svegliato e la prima cosa che ho messo a fuoco è stato il tuo viso.

Questa mattina, al risveglio, eri bellissima e la luce ti illuminava come un quadro.

Tutto questo per dire che

[Flussi]

Vivo in città, eppure davanti a un fiume, due a dirla tutta. Confluiscono a pochi metri dal portone di casa e stamattina l’acqua era limpida, osando un po’ si potrebbe definire tersa.

Mi fa sempre uno strano effetto, quasi fosse un assurdo controsenso osservare questo gioco di trasparenze e riflessi, quest’arte, quando pochi metri prima ho inveito contro un suv che non si è fermato sulle strisce.

Stamattina poi, mentre passavo e guardavo, un’anatra è ammarata – affiumata? – e mi sono sentito quasi osservato, pieno nel mio egocentrismo naturale, al centro di un quadro futurista in movimento solo nella mia testa.

Tutto questo per dire che vivo vicino a un fiume, stamattina l’acqua era tersa, un’anatra è affiumata e io ero felice.

Sul pericolo di rileggere i propri testi a distanza di anni e sull’abuso di verbi riflessivi

[Flussi]

Rileggersi e non riconoscersi.

Ricordarsi solo di rimbalzo delle parole scritte pochi mesi prima, come un narciso smemorato che ammicca allo sconosciuto riflesso nello specchio, come un cane che prova un’attrazione infrenabile ogni volta che si gira e vede la propria coda.

Riprendere in mano testi passati.

Ricercarsi, ritrovarsi in parte, eppure riscoprirsi, come se il tempo passato in barrique abbia reso più complesso il sapore, come se barra spaziatrice dopo barra spaziatrice il senso del gusto abbia affinato la percezione di se stessi.

Insomma, riaprire certi file word può fare strani scherzi, ché non siamo più quello che eravamo un secondo fa, un secondo fa, un secondo fa.

Scribacchino

[Flussi]

Sai quando senti d’aver perso quel certo non so che,

quella morbidezza di pensiero?

Quando pensi di voler scrivere

e t’incagli,

cetaceo arenato che sogna il mare

e respira sabbia.

Dico a te, scribacchino,

lo sai, no?

Quando senti vetro liscio intorno a te,

quando la voglia è alla gogna, esposta e colpevole,

catene

che pesano sul collo e sui sogni,

segnano i polsi fino alle vene.

Dimmi, cosa fai?

Conosci un qualche trucchetto magico?

Ti affidi a qualche rito, a qualche pensiero, a qualche Dio?

Parla, scribacchino, che di scrivere non ne sei più capace.

Hanno portato via l’albero

[Varietà]

Hanno portato via l’albero abbattuto. Radici, tronco, rami e tutto, un fusto di almeno quindici metri da base ad apice, che giaceva su un fianco da mesi, ai margini del parco Pietro Colletta.

E cosa gli vuoi dire?

In fondo era un pezzo di legno morto, lasciato a marcire ed esposto alle intemperie, usato come riparo da topi e talpe. Non sta neanche bene, nel rispetto dell’etichetta sabauda, lasciare fuori posto un pezzo di tali dimensioni nel contesto di un ambiente ben tenuto e rispettabile. Non si fa.

Insomma, un’azione comprensibile.

E allora perché questa tristezza, questa mancanza e questa nostalgia per l’improvvisa deportazione di un pezzo di natura inerme, in fase di decomposizione?

Perché questa delusione diffusa e questo senso d’ingiustizia che ne accompagna la notizia, perché questo coacervo di strane emozioni, per un albero morto?

Eppure a vederlo, mollaccione, fermo sull’erba, avrebbe potuto far pensare a molti aggettivi, fuorché il termine morto.

Non morto, semmai abbattuto.

Non abbattuto, semmai caduto.

Non caduto, semmai addormentato.

Eppure neanche addormentato, semmai sdraiato come un padre steso sulla riva di una spiaggia di quelle che nel primo tratto bruciano i piedi, di quelle spiagge fitte di ombrelloni, ma non troppo, in una di quelle giornate nelle quali il sole fa a schiaffi con le curve del mare; un padre fermo a pancia in giù sul bagnasciuga, assalito dai figli che gli salgono sulla schiena e giocano, e schiamazzano, e ridono. Come noi, che ci sediamo sul tronco e ci avventuriamo tra i rami, nell’illusione che certe giornate di mare possano non finire mai.

Da qui

[Flussi]

Non fa rumore la città, qui che i motori sono solo un’eco cupa, distanti come un temporale che se ne va.

Non acceca la città, qui che le luci sono quelle del cielo, qui che i tramonti sono tanto saturi da scoppiare.

Non soffoca la città, qui dove l’aria è seria e imbavaglia il respiro, qui dove il freddo ghiaccia le dita che cercano riparo nelle tasche.

Non comprime la città, qui dove gli spazi sono ampi come risa, qui che le strade sono appena accennate, qui che i muri sono rami.

Da qui sembra lontana la città, tanto da illudere, per un solo attimo, di non esserne circondato.