Ritorno a casa (o Senza genere)

[Varietà]

Spinse il lucchetto chiuso disegnato sulla chiave, le luci dell’auto lampeggiarono rapidamente due volte e le serrature scattarono. Aveva trovato parcheggio a pochi metri dal portone di casa, dietro l’angolo del palazzo, accadeva raramente; eppure quella sera non avrebbe ritenuto sgradevole dover fare un giro in più per cercare un posto libero.

Aveva indugiato all’interno della macchina spenta per un tempo che sembrava adeguato a una ricerca di parcheggio medio lunga, forse anche qualcosina di più. Erano sembrati solo pochi secondi.

Si diresse verso lo spigolo dell’isolato con passo calmo, si concentrò per non strascicare i piedi, mantenendo un’andatura stanca, come dopo una giornata di lavoro pesante, anche se non era stata tale. Anzi, aveva passato una giornata soddisfacente, entusiasmante quasi, eppure non ne sentiva addosso i benefici.

Arrivò nei pressi del portone e alzò gli occhi verso la finestra illuminata, cercò di farlo con discrezione, come se guardasse qualcosa con la coda dell’occhio. La luce era accesa, il vasistas aperto, non si udiva alcun rumore.

Infilò la mano nella tasca, sentì subito il freddo delle chiavi sulle dita, ma le mancò apposta. Stette qualche secondo a frugare, un tintinnio soffocato certificava l’impegno della sua ricerca; quando ritenne di non poter proseguire oltre, tirò fuori il mazzo a cui era attaccato un portachiavi sdrucito di finta pelle.

Alzò un’ultima volta lo sguardo verso la finestra, sempre tentando di non far notare quel movimento, come se qualcuno stesse guardando, come se qualcuno stesse aspettando quel segno di debolezza. Alla finestra non c’era nessuno, solo giallo.

Infilò le chiavi nella serratura del portoncino, si inserirono subito, fece un sospiro strozzato ed entrò nell’androne.

Risveglio (2 di 2)

[Varietà]

[…continua da lunedì]

C’è un attimo, un esatto momento, in cui il cervello del dormiente non è più dormiente, un momento in cui viene alzata la levetta del contatore generale e l’elettricità sensoriale riprende a correre, contribuendo al passaggio di stato del soggetto, che in quel preciso momento smette di essere dormiente, malgrado quella che potrebbe essere la sua volontà.

Quello è il momento delle mosche.

Quello è il momento in cui entrambi gli animali partono, si lanciano in direzione dei padiglioni auricolari, hanno passato tutta la notta a scegliere come dividerseli – tu il sinistro, no tu, nel destro ci sono già stata ieri, testa o croce? -, e sanno che devono raggiungerli entro un certo tempo, altrimenti non potranno entrare e dovranno riprovarci domani.

Questa mattina sono state brave, entrambe sono riuscite a penetrare nei padiglioni auricolari che hanno scelto, ma si concedono un solo, minuscolo attimo di celebrazione. Subito si mettono all’opera, come violiniste in estasi muovono le zampe l’una sull’altra e diffondono la loro musica.

Pensieri, preoccupazioni, domande, impegni, dubbi, paure si accavallano nei padiglioni auricolari del non più dormiente, che si rifiuta di aprire gli occhi, che si rifiuta di svegliarsi.

Ma ormai è fatta.

Le mosche questa mattina hanno vinto e alla loro musica non si può sfuggire.

Incubo

[Varietà]

La ragazza era bella, mora, la guancia sprofondata nel cuscino. Un braccio nudo spuntava da sotto le coperte, la carnagione abbronzata contrastava il giallo pallido della federa. La camera buia produceva l’impercettibile fruscio del silenzio, le ombre interrotte dai riflessi provenienti dalle feritoie della tapparella. La calma del sonno era solo apparente, dilaniata da un incubo in cui la ragazza era invischiata e da cui non riusciva a tirarsi fuori.

Gli occhi chiusi e le palpebre tese nascondevano a malapena il guizzo delle cornee che si dimenavano come animali selvaggi presi al laccio da bracconieri.

La mascella scattò improvvisa, selvaggia, i denti tirarono un morso all’aria come ne volessero fare brandelli. La corrente alternata degli impulsi nervosi guizzava sottopelle, fulminea scuoteva parti del corpo adagiate nel tepore del sonno.

Le dita della mano si davano il cambio saltando a turno, scacciavano via mosche inesistenti, rispondevano a stimoli invisibili. Anche i muscoli del braccio, del collo, tremavano in preda al panico alla ricerca di una via di fuga, ingabbiati dall’epidermide.

Le sopracciglia crollarono esauste, diedero al viso della ragazza un’espressione imbronciata quasi infantile, come una bambina che rimbrotta il fratellino colpevole di aver rotto uno dei suoi giocattoli preferiti.

All’apice del terrore gli occhi si aprirono di scatto.

Buio – click – luce.