C’è una lavagna

[Flussi]

C’è una lavagna che attende di essere cancellata.

La polvere di gesso sente che la sua ora è giunta, chiude gli occhi e si aggrappa al nero più forte che può, con tutta la tenacia che gli permettono le sue dita di solfato di calcio.

Calamite e cartoline si abbracciano e si dicono addio, versano lacrime che cadono su un pavimento lontano ed evaporano immediatamente.

Parole e disegni scrivono testamenti, memoriali, autobiografie che consegnano ai posteri, che non si dica che sono andate via senza lasciar traccia.

Un cancellino avanza con il capo chino, coperto d’un cencio scuro che ne nasconde il volto; con un po’ d’attenzione se ne può percepire il tremolio, l’indecisione del boia.

La lavagna guarda fisso di fronte a sé, intenzionata a sopportare il dolore e la perdita con la dignità d’una dea, con la fermezza d’una lastra di ardesia.

C’è una lavagna che attende di essere riscritta.

Curioso

[Varietà]

Su un autobus senza meta viaggiava un curioso personaggio. Un bizzarro. Un astruso. Un bislacco.

Capelli arruffati come un nido dopo una tempesta, barba incolta e sovversiva, tutte le unghie trivellate di dentate eccetto una, quella dell’anulare sinistro, curata, limpida, smaltata di azzurro. Giaccone verde militare macchiato da aloni scuri, pantaloncini a fiori sfumati dal giallo della vita al rosso delle ginocchia, calzettoni di spugna bianchi nascosti a fatica da un paio di mocassini viola.

Il tale sedeva al centro del mezzo, dal lato del conducente, il capo appoggiato al vetro e lo sguardo perso sulla strada.

Sullo stesso autobus senza meta viaggiavano un anziano, accoccolato sul sedile centrale dell’ultima fila, entrambe le mani appoggiate sul bastone, una a coprire l’altra, e un bambino, in piedi accanto al conducente, la presa ben salda sul sostegno di metallo giallo.

Il bambino era intento a fissare lo strano personaggio seduto pochi posti più indietro, lo guardava con occhi chiari e calmi, curioso. Dopo qualche curva il ragazzino si avvicinò e gli chiese – Dove stai andando?

– Da nessuna parte – rispose l’uomo senza voltarsi.

– Perché viaggi da solo?

– Perché nessuno vorrebbe mai viaggiare accanto a me.

– E perché? – chiese candido il giovane.

L’uomo allora si voltò e lo guardò negli occhi – Mi hai visto? Sono un diverso, nessuno mi capisce e io non capisco nessuno. Il mondo mi evita e io non riesco a seguire le regole che vorrebbe impormi. Sono destinato a una strada solitaria senza destinazione.

Il bimbo stette qualche secondo in silenzio, poi, senza staccare gli occhi dall’eccentrico signore, disse – Anche io tante volte non capisco i grandi, sai? Perdono un sacco di tempo in cose non divertenti e parlano male degli altri grandi e dicono sempre che stanno male e che il mondo non è giusto e però non fanno niente per cambiare qualcosa. Io non lo so se il mondo dei grandi è giusto, sai, però so che sono contento se i miei genitori mi abbracciano e mi baciano, se mi fanno giocare con gli amici, se mi comprano il gelato. E anche se mi fanno un regalo ogni tanto. Ma loro spesso non lo capiscono, sai?

Il bambino girò i tacchi e tornò al proprio posto accanto al conducente.

Il curioso personaggio restò a fissarlo qualche secondo, sorpreso e assorto.

L’anziano in fondo al pullman sorrise silenzioso, appoggiò il capo al vetro, lo sguardo perso sulla strada, e con il pollice accarezzò l’anello che portava all’anulare sinistro, che spiccava tra le altre per quell’unghia curata, limpida, smaltata di azzurro.