[Varietà]
Mi pareva
un alito di mare
una stilla d’aurora
un archetipo di letizia
una genesi di coscienza
un fiocco di futuro
una folgore d’infinito
e invece era
l’accredito dello stipendio.
[Varietà]
Mi pareva
un alito di mare
una stilla d’aurora
un archetipo di letizia
una genesi di coscienza
un fiocco di futuro
una folgore d’infinito
e invece era
l’accredito dello stipendio.
[Flussi]
L’inutilità di tutto questo, la totale autoreferenzialità, la stupidità di questa scrittura arrivano dritto in faccia, si fanno nausea e urla flipper nella testa.
Non si sentono altro che grida, risalgono e grattano gli ultimi denti, quelli più vicini al baratro nero della gola, che attira a sé tutto quanto.
Più in basso la macina dello stomaco trita tutto senza fermarsi, incandescente e disperata. Trita carne e lacrime, boli e respiri, trita pure sé stessa.
Accartocciato come un testo scartato, vagando nella rabbia, nebbia con le spine, urlando quando nessuno può sentire.
[Flussi]
Sono alla ricerca di stimoli e spinte, un continuo bisogno di scosse elettriche che risveglino pensieri atrofizzati, che riaccendano energie avvolte nel piumino della domenica mattina dicembrina.
Parole, immagini, un pensiero, un incipit, uno schiaffo, un insulto. Qualsiasi cosa purché sia viva.
Sono a terra, gratto con le dita, polpastrelli scorticati, sotto le unghie solo sangue e terra.
Sono a terra, il fiato corto, il viso sporco.
Sono a terra, elemosino uno spunto, foss’anche uno sputo, purché sia vivo.
[Varietà]
Risme di ricordi
riemergono riottose
ringhiano sul ring
poi riposano sulle coste della riviera.
Rigoli di ricordi
a volte ridicoli
come un rinoceronte color ribes
a volte rigogliosi
come un ricco rinfresco.
Rimbalzano rintuzzati dal tempo
da vicino li riguardo
da lontano li rivivo
tra le dita li rigiro.
Con le spine di un riccio
ricamo e rimpasto
rimugino e rimesto
poi rido e ricucio.
[Varietà]
Nello schiaffo di uno sguardo la consapevolezza di sé.
L’accusa, fischiante come larsen nelle orecchie, e la forza, assordante nella propria debolezza, ti rigirano tra le dita mentre tu, inerme, cerchi la via per l’autoassoluzione.
Vaghi con il fagotto pieno di desiderio, percorrendo il cammino del collo che curva sul rosa, scollina pallido e aggroppa la gola.
Dì, parla, fatti avanti. Fallo. Sei una mosca nell’orecchio, basta un gesto e voli via.
Chiedi pure se devi, ma fallo in fretta, prima che crolli il mondo, prima che crolli tu.
Nel silenzio del giudizio cade un ricciolo e si ferma, dondola sull’orecchino altalena, più su, ancora più su, salta adesso, adesso!
[The One]
Se nella notte
ti svegli e mi pensi
accendi la luce
parlami piano
toccami forte
facciamo l’amore.
[Flussi]
Unisci tutti i puntini.
Fai un viaggio in solitaria.
Levati le scarpe usando i piedi.
Urla quando nessuno ti sente.
Incidi il tuo nome su un banco di legno.
Lascia sciogliere il cioccolato sulla lingua.
Chiedi il bis dello snack omaggio in aereo.
Rutta forte in mezzo alla gente.
Asciugati le mani sui pantaloni.
Lecca un francobollo.
Rovista tra le scatole in cantina.
Ruba qualcosa all’Autogrill.
Origlia il litigio di due estranei.
Alita su un vetro e scrivi con il dito.
Suona un citofono e scappa.
Mangia una fetta di pane senza sale con l’olio.
Piscia in un parco senza alberi.
Chiedi un rimborso per il ritardo di un treno.
Scrivi su un muro con una bomboletta.
Lascia un segno del tuo passaggio e durante il viaggio sii pazzo senza doverlo essere; mangia, bevi, godi e pensa che, da vivo, tante cose senza senso ti hanno fatto pizzicare la pelle.
[Flussi]
Faccio fatica a scrivere.
I quaderni sono tutti troppo lontani da me, come un telecomando fuori portata di mano dalla seduta di un divano.
Le penne troppo pesanti o scariche, armi esauste sbuffano polvere senza munizioni.
Il pensiero della scrittura pattina in un campo di nebbia, i suoni attutiti come dopo una nevicata, il tatto insensibile come attraverso un bendaggio.
L’unico che viaggia libero su praterie lastricate di tapis roulant degli aeroporti è il senso di colpa.
Parole dove siete?
[Varietà]
Sui muri cerco verità pittate, il colore di un’emozione, lo slancio d’un poeta che imbratta di forza un mattone megafono, un genio innamorato, un vandalo pensatore.
Chilometri d’intonaco che rovisto in attesa di una risata incivile, la filosofia di uno, dieci, cento Zeb, lo slancio di un ironico sonnambulo.
Romanticherie fiappe, spunti per fiabe, caleidoscopiche finestre che danno su mondi a senso contrario.
I muri si osservano, i muri si leggono.
[The One]
Ci stiamo scrivendo addosso, pelle su pelle, respiro dentro respiro, un testo lungo quanto la tavolozza di un artista di Montmartre.
Gli occhi abbandonati nella risacca di colori, le mani protese verso il volo plastico della balena che salta sul pelo dell’acqua – prendi una penna, metti una virgola qui, un punto là.
Le coperte non bastano per scaldare un tremolio – senti che piedi freddi che hai – e allora abbracciami, insieme stiamo caldi; poggia la testa su queste pagine imbottite, prenderanno la forma dei sogni.