Vita d’un paguro 3

[Varietà]

Edgar era affranto. Dall’altra parte della conchiglia gli arrivavano i singhiozzi della moglie, si sentiva in colpa e impotente. Erano mesi che litigavano pressoché tutti i giorni, ma questa era la prima volta che Marisa non riusciva a controbattere al malumore del marito.

Si amavano, di quello era certo, si amavano profondamente. Se lo ripetevano spesso, come se avessero bisogno di ricordarselo a vicenda, come se avessero bisogno di uno scoglio al quale aggrapparsi.

Sembrava passato un secolo da quando avevano firmato il contratto per l’acquisto del loro masso, da quando aveva tenuto tra le chele il piccolo Lucas per la prima volta, da quando si svegliava la mattina carico di entusiasmo per recarsi al lavoro di buon’ora, salutando tutti con il sorriso, orgoglioso di far parte della Cooperativa Pagurense, che tanto bene faceva alla società e all’ambiente.

O almeno così gli avevano fatto credere.

La Cooperativa si era rivelata una società satellite di una multinazionale con pochi scrupoli e molti profitti. Il mantello di solidarietà e politica green nascondeva un giro di interessi dell’élite dei granchi ben abbienti, che sfruttava la facciata eco-solidale della società per farsi belli alle cene di beneficienza, mentre riciclavano nient’altro che i loro guadagni illeciti. Gli scandali avevano colpito le alte sfere, ma gli effetti si erano sentiti perlopiù tra i semplici lavoratori: riduzione di personale, ritardi nei pagamenti e orari al limite del crostaceamente accettabile.

Negli anni la disillusione e la routine avevano fiaccato lo spirito di Edgar, portandolo, senza rendersene conto, a essere ciò che più di tutto detestava: suo padre.

Alzò lo sguardo e vide che sul comodino, tra la posta che Marisa aveva raccolto, c’era una cartolina colorata.

Proveniva dai Caraibi ed era firmata “Marcello”. Suo cugino. Quel maledetto fancazzista. Edgar fissò la cartolina per dieci minuti buoni, poi la stracciò.

I fagiolini fanno toc

[Varietà]

Nella categoria “Azioni Proustiane” rientra a pieno titolo l’atto del pulire i fagiolini.

Elba, Zanca per la precisione, piena estate; al centro del salone un tavolo di legno massiccio, nascosto da una cerata ricoperta d’immagini di fiori e piante, ognuna con il proprio nome scritto in un corsivo minuto e sgranato. A capotavola un bimbetto, 6 o 7 anni, i capelli umidi dalla doccia, petto nudo e pantaloncini a righe. Alla sua sinistra la nonna, 60 o 70 anni, per il bimbo non c’è molta differenza, capelli gonfi dalla piega, vestaglia azzurrina e grembiule a righe. A dividere i due un cumulo di bastoncini verdi, appuntiti alle estremità; due chili almeno, forse più.

– Allora, stellina, per pulire i fagiolini devi togliere il capo e la coda, così.

Toc. Toc.

Il ragazzino fissa nella mente l’azione e annuisce. Prende un fagiolino e con la punta delle dita stringe un’estremità.

Niente toc.

– Guarda, non strizzarlo, pieghi leggermente e tiri.

Toc. Toc.

Le sopracciglia del bimbo si aggrottano appena, afferra un altro fagiolino, stringe e tira.

Niente toc.

Il nipote guarda interdetto la nonna che sorride e prende un baccello.

Toc. Toc.

– Nonna perché i miei fagiolini non fanno rumore?

– Che rumore?

– I tuoi fagiolini fanno toc.

– Oimmèna, anche i tuoi fagiolini possono fare toc, stellina. Se li pulisci bene faranno toc! Su, riprova.

Il bimbo prende un fagiolino dalla montagnetta, concentrato afferra l’estremità dal baccello da cui spunta un pezzettino di rametto secco, piega e tira.

Toc.

Il nipote sorride, alzo gli occhi verso la nonna e in uno sguardo si trasmettono la gioia.

Vita d’un paguro 2

[Varietà]

– Ma io non voglio andarmene, sto bene qui!

– Basta! Ne ho abbastanza delle tue lagne adolescenziali. Zitto e mangia.

Lucas osservò la pietanza che la madre gli aveva servito: un misto di pesce e crostacei presentati alla bell’e meglio.

– Mamma, lo sai che sono vegetariano, sembra che tu lo faccia apposta!

– Senti, se vuoi fare il vegericoso prendi la tua roba e vai a vivere da tuo Zio Armando, a coltivare quella robaccia viscida che Poseidone-solo-sa che cosa sia. Io sono stanca delle tue lamentele sulla casa, sul cibo, sul lavoro di tuo padre e su tutto quello che secondo te c’è di sbagliato nella vita che abbiamo costruito. Non accetto più questa insolenza sotto questo masso, fila in camera tua!

Lucas sbuffò rumorosamente e si ritirò nella sua conchiglia sbattendo le chele.

Era esausto, ogni giorno i suoi genitori tiravano fuori quella maledetta storia del trasloco naturale, necessario, imminente. “Oramai sei cresciuto, urti qualsiasi cosa appena ti giri”, “Non puoi pensare di rimanere tutta la vita nella stessa conchiglia”, “Alla tua età tuo padre aveva già un bilocale tutto suo” e quella che detestava più di tutte “Cosa diranno al Club dei Crostacei se ti vedranno andare in giro con quel guscio pieno di buchi e rattoppi?”.

A Lucas non interessava un plancton di quello che avrebbero detto quei bavosi dal ventre molle. Lucas era giovane, forte, pieno di energia e voleva una sola cosa dalla vita: la felicità. Ed era certo che non l’avrebbe mai trovata se avesse ripetuto quello che i suoi genitori avevano vissuto prima di lui.

Immerso nella sua rabbia sentì arrivare il padre con il solito passetto stanco e deluso.

– Bentornato amore, com’è andata oggi?

– Mi sono rotto i peduncoli di questa vita del plancton.

– Edgar!

Il marito si ritirò nella sua conchiglia senza dire più nulla, Marisa si sedette di fronte alla cena che aveva preparato, chinò il capo e pianse.