[Varietà]
Mi pareva
un supplizio a raggi UV
un’offesa a vita bassa
uno sconquasso di bacini
una lotta tra felini
un tormento cacofonico
una piaga inestirpabile
e invece era
un reggaeton di merda.
[Varietà]
Mi pareva
un supplizio a raggi UV
un’offesa a vita bassa
uno sconquasso di bacini
una lotta tra felini
un tormento cacofonico
una piaga inestirpabile
e invece era
un reggaeton di merda.
[Varietà]
La nave giunge in vista del porto.
Mesi, anni, vite di navigazione tra onde, fulmini e tramonti, trovano infine l’apice terminale; tutti i momenti passati, anche quelli più umili, anche i mozzi, si accalcano sul ponte, sgomitano per un posto in prima fila, per aggiudicarsi la visione di un lembo di fine.
La nave inizia le procedure d’attracco.
Il ricongiungimento con la terraferma avviene al rallentatore, quasi con incertezza, come se i due non fossero del tutto convinti di volersi toccare di nuovo, come se non esistesse la certezza di volersi fermare dopo tutto questo girovagare.
La nave viene ormeggiata al molo.
Fissità apparente, mentre sotto, dentro, rimesta l’oceano, il mare o l’amore; fermezza momentanea per permettere lo sbarco, l’imbarco e tutto ciò che è necessario per sopravvivere, in attesa di una nuova meta, in attesa di un nuovo senso.
[The One]
Tra le note della tua pelle bruciata dal sole
risuonano fragranze in chiave di Sol
in un sottofondo di salsedine pizzicata dal vento
pomodori bagnati nell’acqua del mare
un affumicato come la sauna delle terme
paglia calda
legno bruciato
e poi un acuto dolce
forse mandorla
no, ciliegia
oppure i tuoi occhi semichiusi
il tuo sorriso accennato
e le nostre labbra che si chiamano.
[Varietà]
Lo schermo scurisce, la musica sfuma.
Un sospiro che dura il tempo necessario per rivivere le immagini, le voci, le luci.
Il silenzio di un momento, sufficiente per capire che un’altra pellicola si è spellata, memorie nuove si sono incagliate nella testa; quella scena, quella scena che ci racconteremo mille volte per scaldarci.
Dall’alto del rettangolo scuro cascano i primi titoli di coda, inizialmente rispettosi, poi scroscianti.
Tutt’intorno le persone si alzano e guadagnano l’uscita, dove le attende la routine del rientro.
Io, ogni volta che arrivo a questo punto, resto seduto. Mi scavalcano le gambe per uscire mentre fisso lo schermo.
Spero sempre in un’altra piccola scena, un colpo di pinna di ciò che sta finendo, ciò di cui non voglio perdermi neanche un secondo.
Resto qui e attendo. Guardo l’estate che si spegne e l’autunno che l’accompagna lontano.