Lucciole Proustiane

[Flussi]

Esiste un angolo di mente adibito a conservare frammenti d’infanzia, al quale basta un piccolo aiuto per ritrovare diapositive odorose dimenticate per anni. Che sia una madeleine immersa nel tè di tiglio o altro poco importa.

Ieri, ad esempio, ho rivisto le lucciole.

Era tempo che non incontravo più quelle minuscole lampadine che si accendono in un punto e nell’istante di buio si spostano di qualche centimetro. Ne sono sempre rimasto incantato e da piccolo avevo l’impressione che si potessero muovere solo da spente, come in un gioco nel quale bisogna stare immobili quando le luci si accendono, pena la squalifica. Attendevo il lampeggio successivo per indovinare dove l’avrei vista ricomparire.

Grazie alle lucciole ho rivisto le notti blu dell’Isola d’Elba, ho percepito il profumo delle ginestre, persino un lieve fruscio delle emozioni di bambino. Da lì un percorso istantaneo che ha mischiato gusti di pizze, colori di bougainville, rumore di tagliaerba, sofficità di papaveri, cartelloni di gelati, varietà di secchielli, echi di storie, pizzichi di zanzare. Una caotica sinestesia personale, accesa per un attimo e spenta poco dopo, come una lucciola.

Cieli spinati

[Flussi]

Lavoriamo disperatamente per costruire cieli spinati, belli oltre le ferite, resi volontariamente intoccabili dalle barriere autoprodotte. Fondali tensivi graffiati dall’opera della nostra paura, destinazione a cui aspirare senza il desiderio di arrivarci.

Una vita a rinchiudere i nostri stessi corpi in un recinto di guerre, nidi di mitragliatrici animali, raffiche di istinti autodistruttivi.

Non venire a mostrarci i nostri limiti lesivi, palmi aperti sulla nostra carne viva, saresti trivellato a morte dalle nostra scuse; lacrime di giustificazioni proiettili fini senza fondo che ci si ritorcono contro.

Siamo i fautori della nostra bellezza e carcerieri del sogno del bambino.