Ritorno a casa (o Senza genere)

[Varietà]

Spinse il lucchetto chiuso disegnato sulla chiave, le luci dell’auto lampeggiarono rapidamente due volte e le serrature scattarono. Aveva trovato parcheggio a pochi metri dal portone di casa, dietro l’angolo del palazzo, accadeva raramente; eppure quella sera non avrebbe ritenuto sgradevole dover fare un giro in più per cercare un posto libero.

Aveva indugiato all’interno della macchina spenta per un tempo che sembrava adeguato a una ricerca di parcheggio medio lunga, forse anche qualcosina di più. Erano sembrati solo pochi secondi.

Si diresse verso lo spigolo dell’isolato con passo calmo, si concentrò per non strascicare i piedi, mantenendo un’andatura stanca, come dopo una giornata di lavoro pesante, anche se non era stata tale. Anzi, aveva passato una giornata soddisfacente, entusiasmante quasi, eppure non ne sentiva addosso i benefici.

Arrivò nei pressi del portone e alzò gli occhi verso la finestra illuminata, cercò di farlo con discrezione, come se guardasse qualcosa con la coda dell’occhio. La luce era accesa, il vasistas aperto, non si udiva alcun rumore.

Infilò la mano nella tasca, sentì subito il freddo delle chiavi sulle dita, ma le mancò apposta. Stette qualche secondo a frugare, un tintinnio soffocato certificava l’impegno della sua ricerca; quando ritenne di non poter proseguire oltre, tirò fuori il mazzo a cui era attaccato un portachiavi sdrucito di finta pelle.

Alzò un’ultima volta lo sguardo verso la finestra, sempre tentando di non far notare quel movimento, come se qualcuno stesse guardando, come se qualcuno stesse aspettando quel segno di debolezza. Alla finestra non c’era nessuno, solo giallo.

Infilò le chiavi nella serratura del portoncino, si inserirono subito, fece un sospiro strozzato ed entrò nell’androne.

Risveglio (1 di 2)

[Varietà]

Sul comodino due mosche muovono compulsivamente le zampe, come due chef giapponesi in procinto di affettare un tonno gigante da un quintale. Eseguono i movimenti con la perizia di un samurai, perfettamente immobili se non per la danza dei loro arti che si sfregano, si allontanano, si riuniscono in un battito di ciglia di mosca.

Nel letto accanto al comodino il volto del dormiente è fiocamente distinguibile, grazie alla timida luce che filtra tra le tende, un’alba slavata da una foschia particolarmente materica. Il respiro è leggero, decisamente diverso da quello profondo e caldo di qualche ora prima, anche gli occhi sono meno infossati, più agili.

Le mosche, sempre intente nel loro frenetico armeggiare, puntano l’attenzione sulla figura del dormiente, all’erta, reattive.

Un leggero movimento della spalla, il collo che s’inclina verso destra, le labbra che si contraggono appena. Il dormiente a breve non sarà più tale.

Come due atleti sulla linea di partenza le mosche si voltano verso la figura umana, in uno stato di tensione pronta a deflagrare.

Nei cuscini

[Varietà]

Quanti cuscini servono per essere felici? Almeno tre dice il saggio.

Uno per la testa e i suoi sogni.

Uno per la pelle e i suoi abbracci.

Uno di riserva nel caso uno dei primi due cadesse giù dal letto, nella landa desolata infestata da bestie che prende vita di notte.

Almeno tre dice il saggio, che poi neanche è un saggio vero. A me sembra più un venditore di cuscini, di sensazioni, di paure.

Nei cuscini a volta si soffoca.

L’ansia è mortale

[Varietà]

Il contenuto che leggerete è stato ispirato dalla parola ANSIA. Il progetto #scritturadesecuzione consiste nel pubblicare a cadenza settimanale (solitamente il lunedì) un testo/poesia ispirato da una parola comune. Questa settimana partecipano: @alicenonsa, @laragazzachecorreconilupi, @iosonorainmaker, @hotel_caracas_cc, @gabbianigrassifoglivolanti, @sibilodivento, @aritmia_poetica. Tutti i testi sono visibili all’hashtag #scritturadesecuzione (valido per Instagram).

L’ansia è mortale.

Ottura i pori, secca la fronte, incrocia gli occhi, incrosta il naso, desertifica la bocca, gelatinizza le braccia, inumidisce i palmi, spreme i polmoni, affossa lo sterno, accartoccia lo stomaco, gonfia l’ombelico, fa appassire l’inguine, cementifica le cosce, sfalda le rotule, inarca i piedi.

L’ansia uccide ogni singolo organo del corpo.

L’ansia è mortale.

Quindi, per definizione, ha un inizio, una vita, un’evoluzione, una fine, un funerale. È mortale com’è mortale chi la partorisce, la cresce, la nutre, la vive.

Se l’ansia è mortale allora può essere uccisa.

Se può essere uccisa è necessario scoprire quale arma è più efficace.

Se l’arma è efficace l’ansia è mortale, è morta.