Socialismo in coda

Spioncino

– Chi è l’ultimo? – chiede la signora giunta in prossimità del capannello di persone in attesa di fronte al bancone della farmacia.

“Chi è l’ultimo”, perché ciò che scandisce la società sono le classifiche, le graduatorie, la meritocrazia del primo. Ciò che conta è l’oro, l’ordine cronologico, il diritto di precedenza basato sul dato di fatto. Ci siamo dati queste regole per mettere ordine, per organizzarci, per non ammazzarci tra di noi. Almeno non per una coda in farmacia.

Eppure penso che in un altro mondo la stessa signora avrebbe potuto chiedere qualcosa di diverso, per esempio “Chi ha più urgenza?” o “Chi ha più bisogno?”: ognuno avrebbe esposto brevemente la propria situazione e un criterio di buon senso sociale avrebbe determinato l’ordine d’ingresso.

Avremmo discusso se l’acquisto della scorta di pannolini per il marito novantacinquenne meritasse di passare prima della scelta tra miele e propoli o limone e menta per le pastiglie che avrebbero lenito la gola bruciante; avremmo valutato se la mamma con la figlia chiusa in macchina, in ritardo per la lezione di judo, potesse meritare di scalare posizioni, in confronto alla signora uscita con la permanente fresca di parrucchiera, ma con le buste della spesa cariche di surgelati.

Qualcuno magari si sarebbe fatto da parte senza troppe spiegazioni, facendo passare chiunque avesse l’aria anche solo vagamente insofferente, per godersi quel pomeriggio scarico di aspettative e contribuire a quello altrui con una semplice, banale gentilezza. Qualcun altro avrebbe potuto spiegare che stava passando una pessima giornata, che gli impegni si accavallavano senza tregua nella sua testa, che il lavoro l’aveva prosciugato di ogni energia e che desiderava uscire da quella farmacia il prima possibile, per poter fare due passi all’aria aperta e schiarirsi l’umore prima di rincasare.

Quelli già presenti in coda avrebbero aiutato i nuovi arrivati, illustrando la situazione a quel momento, per trovare tutti insieme il modo migliore di posizionare l’ultimo arrivato, che a quel punto non sarebbe più stato semplicemente “l’ultimo”, bensì una persona con bisogni, aspettative, umore, vita. Cosa potrebbe significare essere presi in considerazione non solamente in base al numeretto strappato all’ingresso, ma nell’interezza della propria esistenza, limitrofa all’esistenza di miliardi di altre persone con le stesse problematiche e desideri?

Nella testa mi risuona Bennato perché sì, a pensarci, che pazzia, detta così non può che essere una favola, solo fantasia, eppure quasi mi convinco che un’alternativa dovrebbe poter esistere, un modo di interagire differente, termini di valutazione che vadano oltre quelli a cui siamo abituati a pensare. Una rivoluzione culturale e sociale, possibile senza necessariamente i forconi e le ghigliottine, che metta in contatto facce e storie, per condividere e condivivere.

Un mondo con molte più parole, più lento forse, di certo non esente da bugie e truffe. Un mondo in cui società ed empatia avrebbero beneficiato di un peso diverso, un significato non solo ideologico, ma pratico e di applicazione quotidiana. Una realtà non per forza migliore, solo più umana, nella quale non sarebbe stata necessaria la condivisione di un freddo dato temporale o di una regola fisico-matematica per determinare azioni e interazioni tra persone.

In un mondo così, forse, la signora avrebbe posto un’altra domanda.

– Io, signora, sono io l’ultimo – rispondo con un cenno della mano, prima di tornare a spippolare sul telefono.

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