Spioncino
Hanno portato via l’albero abbattuto. Radici, tronco, rami e tutto, un fusto di almeno quindici metri da base ad apice, che giaceva su un fianco da mesi, ai margini del parco Pietro Colletta. Di lui è rimasta solamente un’ombra terrea, come i rettangoli di asfalto asciutto sotto le auto parcheggiate in un giorno di pioggia, unica traccia lasciata dagli incaricati comunali dotati di sega a motore e furgone con cassone ribaltabile.
Nella distesa di quel prato selvaggio, ai cui confini si alternano sparuti gruppi di alberi, distanziati come brigate di adolescenti al ballo della scuola, il tronco disteso sembrava un meraviglioso oggetto fuori luogo, come le macerie di un attacco di un mostro pachidermico, quasi fosse apparso in quel punto per mano di un alieno senza coscienza ecologista.
Per settimane il solido fusto era stato preso d’assalto da persone che avevano l’ardire di sfidare il proprio scarso senso d’equilibrio, danzandoci sopra come sull’asse di una nave pirata, con un mare d’erba in attesa più in basso; o usato come panchina naturale in formato gargantuesco per gli accompagnatori di cani, mentre i quadrupedi mettevano alla prova le loro capacità olfattive, trovando nei meandri umidi tra il tronco e la terra un’inesauribile fonte di intrattenimento e caccia al roditore.
Proprio quando questo gigante ligneo iniziava a sembrare destinato a restare statuario in quel punto, come una novella sfinge lignea, in qualche ignoto ufficio comunale veniva presa la decisione di rimuovere quell’oggetto fuori posto, che stava intaccando il suolo nella sua lenta putrefazione.
E cosa gli vuoi dire?
Un albero abbattuto va rimosso per preservare l’ambiente, tenere curato uno spazio pubblico e dare respiro a nuova biodiversità. In fondo era un pezzo di legno senza vita, lasciato a marcire ed esposto alle intemperie, usato come riparo da topi e talpe. Non sta neanche bene, nel rispetto dell’etichetta sabauda, lasciare fuori posto un pezzo di tali dimensioni nel contesto di un ambiente ben tenuto e rispettabile. Non si fa.
Insomma, un’azione comprensibile.
E allora perché questa tristezza, questa mancanza e questa nostalgia per l’improvvisa deportazione di un pezzo di natura inerme, in fase di decomposizione? Perché questa delusione diffusa e questo senso d’ingiustizia che ne accompagna la notizia? Perché questo coacervo di strane emozioni, per un albero morto?
Eppure a vederlo, mollaccione, fermo sull’erba, avrebbe potuto far pensare a molti aggettivi, fuorché il termine morto.
Non morto, semmai abbattuto.
Non abbattuto, semmai caduto.
Non caduto, semmai addormentato.
Eppure neanche addormentato, semmai sdraiato come un padre steso sulla riva di una spiaggia di quelle che nel primo tratto bruciano i piedi, di quelle spiagge fitte di ombrelloni, ma non troppo, in una di quelle giornate nelle quali il sole fa a schiaffi con le curve del mare; un padre fermo a pancia in giù sul bagnasciuga, assalito dai figli che gli salgono sulla schiena e giocano, schiamazzano, ridono. Un riverbero offerto dalla memoria infantile, che fa riemergere istantanee rimaste a lungo sul fondo della pila, come quelle foto che riappaiono in mano dopo anni per puro caso, che da un’immagine muta sono in grado di far tornare a galla suoni, odori, sensazioni tattili ed emotive, sottili lacrime di memoria di un tempo che sembrava eterno, eppure ora è passato. Come noi, che ci sediamo sul tronco e ci avventuriamo tra i rami, nell’illusione che certe giornate di mare possano non finire mai.






