Siena 1

[In viaggio]

La prima immagine che conservo di te è la discesa che da San Domenico porta verso il tuo cuore.

Sei tutta lì. In uno scorcio, uno spacco di coscia, mostri tutto il tuo meglio. Tetti, righe e torri ammucchiati tra le curve dei seni, pietra liscia e terra che ti fanno da trucco, ricordi e sorrisi come nuvole di profumo. Da lì, incorniciata in una piccola sezione di cielo, sei più bella che mai.

Mi manchi, ma ti ritrovo sempre nelle scorciatoie, nelle cantilene, nelle luci della sera. Ci stendiamo uno sull’altra in quella piazza che sai, quella che rivedo sempre passando dall’entrata della prima volta, quando, sceso l’ultimo gradino, il fiato si tuffò ai piedi.

Mi manchi, ma so che sei lì e tu sai che io, presto o tardi, tornerò.

Saluto alla stanza senza altezza

[Flussi]

Un parallelepipedo di aria, solo questo. Due metri e rotti per cinque; l’altezza non la conosco, non l’ho mai misurata. Adesso vorrei averlo fatto. Adesso sembra importante.

Adesso vorrei sapere esattamente quanti centimetri servono per sfiorare il soffitto, perché la macchina è piena e non voglio dimenticare niente di questa stanza. Neanche un centimetro.

Le pareti tinteggiate di umidità sono illuminate dai segni delle fotografie attaccate con lo scotch, i buchi dei chiodini coperti con il bianchetto in un maldestro tentativo di stuccatura. In un angolo resta ancora una clip rossa che teneva uniti blocchi di fotocopie, su una mensola una ricevuta appallottolata testimonianza di un affitto pagato. Lo spazio angusto tra il letto e la scrivania, le crepe sul soffitto, il legno della porta sfondato da un pugno, la finestra cornice di alberi e case: porterò via anche questo in una fotografia lunga tre anni.

L’eco delle risate, del tempo perso, del sesso, dell’ansia, della leggerezza la sento solo io. Tra qualche giorno questo spazio verrà riempito da nuovi volti, nuova polvere, nuove storie.

Va bene così, io ho la mia fotografia senza altezza.