Ma che voglia di arrivare

Spioncino

A gennaio la spuma del mare si rimbocca in un sonno senza respiro, trattiene fiato, calore e rintocchi di risate, sonnecchia senza sensi di colpa, in bilico fra sogni e ricordi. Pizzo che orla un lenzuolo color nero dipinto di blu, si attarda ai bordi di una curva lenta, rimane qualche attimo in più sul bagnasciuga, si guarda intorno e, prima di svanire lentamente, accenna uno sbadiglio.

A gennaio la spuma del mare è uno sbuffo di panna senza sapore, un suono ovattato che esplode una bollicina alla volta, cauta eppure talmente stoica da farti pensare che anche tu, avvolto in un giaccone dai gomiti lisi, al riparo di una sciarpa che profuma di fumogeno, puoi resistere ancora qualche mese, puoi tener duro ancora un po’, perché il tuo sorriso non è così lontano come credi.

Ad aprile il fondale non sta più nella pelle, saltella, si agita impaziente sotto una corrente di vetro fluido che si mescola al cielo. Arriva fino al pelo dell’acqua, quasi ne infrange la tensione superficiale, spinto dalla voglia di far correre nell’aria la sua smania incontrollabile, le sue grida di gioia covate come perle preziose, oramai schiuse in un contagioso cinguettio floreale.

Ad aprile il fondale è un bambino in botta da uovo di pasqua, baffi di cioccolato e sole alla finestra, che corre perdendo e ritrovando il fiato chissà dove, separando al suo passaggio prati d’alghe mentre disegna nuovi percorsi, come te, che fai progetti e prenoti voli, senza curarti di nulla se non di assecondare un vortice di pruriti, intontito da una sbronza di pollini che ami e odi, senza capire com’è che in queste settimane sogni così tanto.

A luglio le onde sono in piena crisi ormonale, baciano tutti i raggi di sole che vedono, si lanciano in danze sfrenate all’ultimo riflesso, senza badare ai vestiti che svolazzano e alle gambe che si mostrano; cantano ubriache di tramonti e di birre con la fettina di limone, sorseggiate tra risacche di risate sguaiate.

A luglio le onde non stanno mai ferme, anche quando in superficie appaiono come una placida tavola glitterata, sono in un perenne stato di euforica inquietudine, alimentate dall’energia repressa dell’attesa e dalla brama inderogabile del godimento, come te, che fai oscillare i piedi seduto sul bordo di un moletto, con le spalle che grattano perché non hai voluto lavar via la salsedine, mentre vivi nella convinzione che questo momento sia eterno, destinato a non conoscere fine, né mutamento.

A ottobre il granello di sabbia è umido e fresco, esausto del calore estivo e intirizzito dalle nottate ogni giorno più fredde; è fine e morbido, consumato da migliaia di suole, piedi e zampe, levigato come un pezzo d’artigianato unico, fino a diventare una cascata di seta tra le dita aperte.

A ottobre il granello di sabbia non è più rena, ma malinconia mista a gratitudine, ha un’ombra allungata e un fiato che rinfresca; è un vecchio amico con cui puoi stare muto a osservare lo scorrere del tempo, è un’ora di silenzio dopo una baraonda di compleanno, come te, ancora in pantaloncini nonostante la pelle d’oca sugli stinchi, immerso nella solitudine di una spiaggia vuota, a crogiolarti nel pensiero che quando scavi con i piedi nella sabbia non stai cercando l’acqua, stai cercando te stesso.

Follia

Miraggio

Bentrovato, ti stavamo aspettando.

Come chi siamo?

Siamo noi, siamo ovunque, accalcate, temute, festanti. Siamo arrabbiate, scioperanti, forcaiole. Siamo ondivaghe e irrazionali, eterogenee e pericolose.

Siamo le folle.

Vieni più vicino, unisciti a noi, non aver paura, mescolati e confonditi, dentro di noi sarai al sicuro. Potrai muoverti nello sciame di corpi, sfiorarne i bordi, essere libero di lasciar andare un peto e fuggire via senza che nessuno sappia chi è stato. Nessuno ti chiederà chi sei, da dove vieni e perché ti trovi lì; dentro di noi sei uguale a tutti gli altri, nessuno conta di più o di meno, nessuno conta qualcosa. La sola cosa importante siamo noi: splendide, mutevoli, narcisistiche folle.

Cammina e annusa l’odore del sudore, del fumo e dei fiati, nuvole di condensa invernale che svaniscono appena al di sopra degli occhi. Offriti all’osmosi collettiva di muscoli e menti, che unisce persone mai viste in movimenti e canti, sorrisi e grida, cazzotti e balli. Non troverai luogo migliore per la tua realizzazione, per il tuo compito, per la tua affermazione.

Non preoccuparti di come nasciamo, se di parto spontaneo o indotto, se cresciamo attorno a un leader fisico o a un sogno condiviso, se dopo la nostra morte qualcuno porterà avanti il nostro ricordo o se tutti coloro che hanno vissuto al nostro interno torneranno alle loro vite dimenticandosi tutto. Noi siamo e saremo sempre la più potente materializzazione dell’espressione umana e l’apice della sua essenza.

Dentro le folle ti potrai finalmente sentire protetto, sostenuto, esaltato; tutto ciò che manca alla tua vita di singolo essere umano sarà a tua disposizione dentro di noi: riparo, sicurezza, comprensione, comunione. Potrai essere tutto e il contrario di tutto. Potrai inebriarti di libertà mentre i polmoni sono tanto stretti da non riuscire a respirare; potrai gridare fino a scorticarti la gola, senza che chi ti sta accanto riesca a percepire il benché minimo rumore; potrai finalmente avere giustizia mentre sei immerso fino al collo nell’empietà. Potrai fare tutto questo, senza sembrare completamente folle.

Buongiorno a tutti allora, sono io, sono il folle.

Mi presento perché l’ultima volta che non l’ho fatto per eccesso di timidezza, o mancanza di alcool, poi tutti quanti se la sono presa con me e tu, tu che mi guardi storto, che non sai cosa potrei fare con queste dita, che sono tante e a volte pure troppe, ma tanto che ne sai tu, a te mica si moltiplicano le dita, sei come gli altri, quelli che non sognano rinoceronti color ribes che cadono da cascate di capelli dritti su una culla di paglia e gin lemon i wonder how I wonder why. Eh no, tu non li fai mica sogni così, quindi ora smetti di fissarmi, stai fermo lì e contati le dita.

Devo ammettere che sono un po’ in imbarazzo a inserirmi così dentro di voi, nelle folle; sarà quel triangolo verde sopra la testa che mi segue ovunque o il mio odore di credenza della nonna, ma ho sempre l’impressione di essere al centro dell’attenzione quando sono solo, figuriamoci quando sono in mezzo a tutta questa gente.

Anche perché le persone non mi hanno mai capito un granché; mi ricordo che già nella culla urlavo, piangevo, mi dimenavo ed espellevo con tutte le mie forze ogni cosa contenuta nel mio corpo. Mi riempivano fino a farmi esplodere quelle cose, dovevo sputarle fuori prima che mi lacerassero la pelle quelle cose. Ma, ogni volta che le scacciavo, le persone che incontravo me ne rimetteva dentro il doppio, il triplo. E voi, onorevoli folle, siete piene zeppole di quelle facce che per anni mi hanno usato come un cestino dei rifiuti, sono tante, troppe, tonte, truppe, tinte, trippe.

Certo la prospettiva di poter fare tutto ciò che desidero, in particolare quella cosa dello sfiorare i bordi delle persone, mi alletta, certo sarebbe strano mi allattasse, allietare sì, ma meglio restare allerta. Io non ho mai potuto dire se mi andava bene o no tutto questo, nessuno me l’ha mai chiesto, nessuno mi ha mai ascoltato. Peraltro è tutta la vita che non posso mai fare quello che voglio fare, quello che mi dicono di fare, quello che farei se potessi fare. Non che io sia il burattino di nessuno, sia chiaro, qui sono l’unico senza fili in un mondo di marionette guidate a loro insaputa da tutte quelle mani nascoste dietro slogan e bottoni fluorescenti che gridano “Acquista subito”, “Offerta speciale”, “Approfitta dello sconto”, “Non perdere l’occasione”, “Mira e spara”, “Boom”, “+112 kills SuperCombo”, “Andrai all’inferno”, “L’inferno sono gli altri”.

Ok, se per voi va bene, entrerei dentro di voi. Sono un po’ nervoso ma, se poi dovesse scappare un peto, scapperò anche io urlando “Al peto! Al peto!” così nessuno potrà pensare che sia stato io. Un peto porta di certo scompiglio, ma mai quanto questi candelotti di tritolo che ho legato in vita e farò scoppiare tra tre, due, uno, cosa sono quelle facce, ma dai stavo scherzando.

Oppure no?

D’altronde si sa come va con le folle: basta un solo folle perché tutto diventi una follia.