[Varietà]
Mi pareva
un momento di cedimento
una pietra di pongo
un intoppo di percorso
un’inforcata plantare
un augurio discutibile
un’interpretazione catartica
e invece avevo
pestato una merda
[Varietà]
Mi pareva
un momento di cedimento
una pietra di pongo
un intoppo di percorso
un’inforcata plantare
un augurio discutibile
un’interpretazione catartica
e invece avevo
pestato una merda
[Varietà]
Mi pareva
un ricordo sinestetico
una diapositiva acidula
un cocktail agrobiliare
una madelaine disarmonica
un sequel avariato
una risacca di passato
e invece era
il riproporsi della peperonata.
[Varietà]
Mi pareva
un tuffo nella condensa
un’immersione nel Crystal Ball
un sogno in apnea
una falla stomatidrica
un risveglio in umido
una notte sul bagnasciuga
e invece avevo
sbavato sul cuscino.
[Varietà]
Mi pareva
il prurito onnisciente
la sassaiola lillipuziana
lo sfogo dell’innaffiatoio
la disperazione del colino
il velo del sudore
l’indecisione del meteorologo
e invece era
la solita pioggerellina di merda
[Varietà]
Ci sono momenti in cui si fanno i conti con la propria vita fino al punto in cui si è arrivati, momenti in cui vengono messe alla prova le nostre capacità di adattamento, in cui testiamo duramente il nostro equilibrio mentale. Uno di quei momenti è il trasloco.
Essere mostruoso presente in tutte le mitologie e religioni conosciute dall’uomo, nei secoli il trasloco è stato rappresentato in modi assai diversi, ma con caratteristiche ricorrenti: per i Galiziani guidati da Bermudi II era spirito impalpabile seminatore di zizzania intrafamiliare; gli Aztechi della Triplice Alleanza lo rappresentavano come un viscido serpiforme divoratore di scatole; nella cultura Masai del clan Kisonko veniva tramandato il pericolo di un vortice psichico che causava raptus di censimento maniacale dei vestiti in eccesso. Ogni versione esistente è concorde in merito alle terribili conseguenze psicofisiche del trasloco.
Tutto questo però non deve fermare il nomadismo domestico, il desiderio di cambiamento e la voglia di avere un’anta in più per non dover accatastare le magliette ricreando delle colonne partenoniche di cotone e viscosa.
Perché il trasloco è sì una delle peggiori decisioni che si possano prendere nella vita, ma anche un’occasione di catarsi che trova la sua massima realizzazione nelle benne dell’Ecocentro. Forse solo Frodo può comprendere la sensazione che regala il trovarsi sulla cima di una rampa, di fronte a un enorme contenitore nel quale gettare mobili e oggetti, godendosi lo sforzo muscolare e gli applausi scroscianti dei vetri che si infrangono. Frodo e chiunque reputi il Capodanno il momento perfetto per fare spazio in casa.
Quando tutto sarà finito tra le dita rimarrà una malinconica fotografia, le stanze vuote e le benne piene, e la promessa che tutto questo non riaccadrà mai più. Fino al prossimo trasloco.
[Varietà]
Mi pareva
un gesto d’incomunicabilità
un’attenzione parabolica
un otto sdraiato
un’anfora riesumata
un asso di fiori
un’elica tetrapalica
e invece aveva
le orecchie a sventola.
[Varietà]
Mi pareva
un doppiaggio fuori sincro
una cover rimasterizzata
uno spin-off mal riuscito
una replica su Retesette
un ricorso Viconiano
una legge di Murphy
e invece era
un decreto ministeriale.
[Varietà]
Mi pareva
il brillio del Natale
l’utopia dell’insperato
il sogno della specie
l’esecuzione della sorte
il tocco d’una fata
la regalia d’una dea
e invece avevo
trovato cinquanta euro nella giacca.
[Varietà]
Mi pareva
un urlo di lavagna
una mosca nell’orecchio
un olezzo in mezzo al bosco
una carbonara con il bacon
un trucchetto per i tordi
un’esibizione senza spettatori
e invece era
un inglesismo del cazzo.
[Varietà]
Mi pareva
un alito di mare
una stilla d’aurora
un archetipo di letizia
una genesi di coscienza
un fiocco di futuro
una folgore d’infinito
e invece era
l’accredito dello stipendio.