I fagiolini fanno toc

[Varietà]

Nella categoria “Azioni Proustiane” rientra a pieno titolo l’atto del pulire i fagiolini.

Elba, Zanca per la precisione, piena estate; al centro del salone un tavolo di legno massiccio, nascosto da una cerata ricoperta d’immagini di fiori e piante, ognuna con il proprio nome scritto in un corsivo minuto e sgranato. A capotavola un bimbetto, 6 o 7 anni, i capelli umidi dalla doccia, petto nudo e pantaloncini a righe. Alla sua sinistra la nonna, 60 o 70 anni, per il bimbo non c’è molta differenza, capelli gonfi dalla piega, vestaglia azzurrina e grembiule a righe. A dividere i due un cumulo di bastoncini verdi, appuntiti alle estremità; due chili almeno, forse più.

– Allora, stellina, per pulire i fagiolini devi togliere il capo e la coda, così.

Toc. Toc.

Il ragazzino fissa nella mente l’azione e annuisce. Prende un fagiolino e con la punta delle dita stringe un’estremità.

Niente toc.

– Guarda, non strizzarlo, pieghi leggermente e tiri.

Toc. Toc.

Le sopracciglia del bimbo si aggrottano appena, afferra un altro fagiolino, stringe e tira.

Niente toc.

Il nipote guarda interdetto la nonna che sorride e prende un baccello.

Toc. Toc.

– Nonna perché i miei fagiolini non fanno rumore?

– Che rumore?

– I tuoi fagiolini fanno toc.

– Oimmèna, anche i tuoi fagiolini possono fare toc, stellina. Se li pulisci bene faranno toc! Su, riprova.

Il bimbo prende un fagiolino dalla montagnetta, concentrato afferra l’estremità dal baccello da cui spunta un pezzettino di rametto secco, piega e tira.

Toc.

Il nipote sorride, alzo gli occhi verso la nonna e in uno sguardo si trasmettono la gioia.

Lucciole Proustiane

[Flussi]

Esiste un angolo di mente adibito a conservare frammenti d’infanzia, al quale basta un piccolo aiuto per ritrovare diapositive odorose dimenticate per anni. Che sia una madeleine immersa nel tè di tiglio o altro poco importa.

Ieri, ad esempio, ho rivisto le lucciole.

Era tempo che non incontravo più quelle minuscole lampadine che si accendono in un punto e nell’istante di buio si spostano di qualche centimetro. Ne sono sempre rimasto incantato e da piccolo avevo l’impressione che si potessero muovere solo da spente, come in un gioco nel quale bisogna stare immobili quando le luci si accendono, pena la squalifica. Attendevo il lampeggio successivo per indovinare dove l’avrei vista ricomparire.

Grazie alle lucciole ho rivisto le notti blu dell’Isola d’Elba, ho percepito il profumo delle ginestre, persino un lieve fruscio delle emozioni di bambino. Da lì un percorso istantaneo che ha mischiato gusti di pizze, colori di bougainville, rumore di tagliaerba, sofficità di papaveri, cartelloni di gelati, varietà di secchielli, echi di storie, pizzichi di zanzare. Una caotica sinestesia personale, accesa per un attimo e spenta poco dopo, come una lucciola.