Il pittore senza colori

[Varietà]

Il contenuto che leggerete è stato ispirato dalla parola TELA. Il progetto #scritturadesecuzione consiste nel pubblicare a cadenza settimanale (solitamente il lunedì) un testo/poesia ispirato da una parola comune. Questa settimana partecipano: @ale_primo_conte, @alicenonsa, @aritmia_poetica, @cm.wr, @gabbianigrassifoglivolanti, @iosonorainmaker, @mes.chers.souvenirs, @respiro_nero, @sibilodivento, @spazinfiniti. Tutti i testi sono visibili all’hashtag #scritturadesecuzione (valido per Instagram).

Il pittore raggiunge infine il posto prescelto. Negli ultimi giorni era tornato più e più volte in quel luogo per essere sicuro di trovare il taglio giusto.

Giunto sulla cima della collina si ferma, respira, annuisce.

Apre lo sgabellino, legno e tela verde e panna; sistema il cavalletto, gioca con i centimetri e ne cambia l’angolazione almeno dieci volte; poggia infine la tela, silenziosa, austera, spocchiosa, bianca.

Il pittore si siede.

Il pittore osserva.

Il pittore ascolta.

Il pittore sceglie.

Per il cielo sceglie il colore della brezza improvvisa in una giornata estiva.

Per le nuvole sceglie il soffio di un bambino su una girandola brillante.

Per il campi coltivati sceglie il biondo bagnato di una ragazza appena uscita dal mare.

Per gli alberi sceglie la saggezza frondosa di un anziano che gioca con il nipote.

Per i fiori sceglie le luci dei fuochi d’artificio più alti mai visti.

Per il fiume sceglie il riflesso di un occhio lucido affacciato da un treno in corsa.

Per le rocce sceglie la sfumatura della costa di un libro che gli era piaciuto tanto.

Per la terra sceglie la sporcizia tra le unghie di un uomo che torna tardi a casa dopo una giornata di lavoro.

Per i casolari in lontananza sceglie le risate di una famiglia durante una gita all’aperto.

Il pittore si alza, dà un ultimo sguardo al paesaggio, sorride e, richiudendo tutto, mette via la tela chiacchierona, bonaria, sorridente, bianca.

Portogallo 2

[In viaggio] e anche un po’ [The One]

Óbidos è uno di quei borghi tutto vicoletti e salite, scalette sconnesse, improvvise piazzette.

Le mura, alte, grigio-marroni, lo proteggono come il secchione, odioso, nascondeva con la mano le risposte del compito in classe, per non far copiare.

Muri bianchi, strisce blu e ocra alla base e agli angoli.

Un paio di viuzze dove si sono stretti tutti gli artigiani, i paccotigliari, i venditori di Ginja.

I ristoranti non mancano e mi chiedo se forse non siano troppi per un posto che puoi attraversare da parta a parte in dieci minuti.

Intanto un gatto è passato a salutarmi, rispondendo al classico richiamo a bacetto.

C’è una fiera del cioccolato all’interno di quella che suppongo sia la fortezza, il castelletto. Non sono entrato e un po’ mi dispiace, forse di sera chiuderanno l’ingresso. Come stona quella scritta “Chocolate” dal font molle e giocoso su delle mura così antiche. Qui stona tutto quello che ha meno di mille anni. Le automobili, i cavi a terra della piazza centrale, le persone. Non stona invece la campana che ha appena suonato, chiamando l’adunata alle armi puntute dei turisti che sentono nello stomaco l’avvicinarsi della fine di un altro giorno di vacanza.

Mentre scrivo, e ti pensavo, sei passata. Capelli castani al vento, zaino in pelle marroncino e passo pesante, rapido. Ti sei girata e già non ci sei più.