Folli note stonate ingripperanno la mente di colui che, conscio di fare, creare, qualcosa di poco, o nullo, valore, si presterà comunque alla fabbricazione di una certa opera, di qualunque tipo essa sia.
Che sia per accondiscendenza, senso del dovere, amicizia o un qualsiasi tipo di motivazione esterna, un senso d’ingiustizia permarrà costante prima, durante e dopo, e porrà sulla lingua un gustaccio amaro che non sarà possibile mandar via con alcuna bevanda o vettovaglia. Questa sgradevole sensazione potrà essere attenuata, questo sì, dalle stesse sostanze che gommapiumano i sensi, ma eliminata del tutto, quello no. Si potrà imparare con il tempo a ignorarla, se non proprio a negarla, ma altro non sarà che una bugia alla quale non crederemo.
Intanto quelle note stonate continueranno a suonare lente, costanti, presenti.
Per aria la musica; prima balcanica, per sudare, poi nostrana, per ricordare il mare.
Lui, appoggiato allo stipite della porta della cucina, il petto nudo, addosso solo un paio di pantaloncini e delle calzette scure, in mano una bottiglia con ancora un sorso appena.
Lei, in piedi in mezzo alla cucina, il seno nudo, addosso solo un paio di pantaloni morbidi con i tasconi sul sedere e sulle cosce, in mano un bicchiere con ancora un sorso appena.
Lei ballava in mezzo alla stanza con gli occhi chiusi, senza versare una goccia di vino, con i capezzoli dritti e il sorriso in alto.
Lui la guardava appoggiato alla porta con gli occhi pieni, senza risparmiare una goccia di vino, con i capelli lunghi e la voglia di fotografarla.
“Non voglio ballare” mentre lei ballava.
“Voglio farmi male” mentre lui godeva.
C’era una volta la voglia di vivere per sempre, c’era una volta il desiderio di non smettere di ballare mai più.
[Musica suggerita per la lettura: Zen Circus – Non voglio ballare]
Ce l’ho sul cazzo lo stendino. È uno strumento che mi sta antipatico. Sferraglia, non si riconosce in alcuna appartenenza geografico-domestica, mi pinza le dita appena può. Per punizione quindi, quando non ottempera ai suoi doveri di stendino, sta in balcone tra vasi di natura seppellita e ripiani di legno in attesa di un utilizzo sensato.
Una sera, mentre lo riponevo sgarbatamente nell’angolo dell’asino, un’auto parcheggiò proprio sotto il terrazzo. Non mi chiedere di più, ricordo solo che era un’auto blu scuro. Il motore si spense ma non uscì nessuno.
– Corre, corre, corre la locomotiva… – cantava Guccini soffocato dai finestrini chiusi.
Dalle fenditure del sedile intravedevo il display di un telefonino senza regolazione della luminosità, mentre il proprietario del mezzo si comportava come abbiamo fatto tutti almeno una volta nella vita: restava in macchina per ascoltare tutto il pezzo.
Mancava poco più di un minuto alla fine di una canzone simbolica e retorica che in tanti amiamo e lui, lei, non voleva che l’anticipo sulla tabella di marcia della sua mentale cinematografia interrompesse un momento da godere per intero.
Restava lì senza sapere che io ero con lui, lei, appoggiato alla ringhiera, a cogliere quelle poche parole che Guccini riusciva a farmi intendere nonostante gli ostacoli fisici.
Ricordo che pensai quanto fosse bello e giusto ciò che stava facendo, gli feci una foto con il telefonino, pensai che ne avrei fatto uno status su Facebook, pensai che quando sarebbe uscito dalla macchina avrei alzato il pugno in segno di saluto e apprezzamento.
La musica si fermò e subito partì un altro pezzo che presto scemò nel silenzio. Ancora un attimo di esitazione e scattò il meccanismo della portiera. Scese un ragazzo di venti, venticinque anni, capelli biondi corti, secco, jeans e maglietta dei Metallica. Forse del Big 4, immaginai vedendo un bagliore di tricolore sul davanti, più probabilmente dell’ultimo concerto a Torino.
Credetti di aver visto una mia versione di qualche anno fa.
[Musica consigliata per la lettura, ovviamente: Francesco Guccini – La Locomotiva]
Il contenuto che leggerete è stato ispirato dalla parola CAFFÈ. Il progetto #scritturadesecuzione consiste nel pubblicare a cadenza settimanale (solitamente il lunedì) un testo/poesia ispirato da una parola comune. Questa settimana partecipano: @una_goccia_di_pioggia, @lasognatricedelnullapoesia, @alicenonsa, @iosonorainmaker, @gabbianigrassifoglivolanti, @hotel_caracas_cc, @laragazzachecorreconilupi, @respiro_nero. Tutti i testi sono visibili all’hashtag #scritturadesecuzione (valido per Instagram).
Esistono sensazioni che solo il caffè è in grado di
darmi.
Un breve scatto di adrenalina psicosomatica; dieci minuti
di pausa da qualsiasi pensiero o azione; una scelta variopinta di cui
percepisco a stento le differenze; un calore momentaneo alto due dita; un gusto
dolceamaro, persistente.
Eppure, mento.
Perché la stessa scossa la ricevo dopo un tuo messaggio
nel dormiveglia.
Perché la stessa sospensione dalla routine la vivo quando
mi guardi dal basso con quegli occhi al caramello salato.
Perché la stessa confusione cromatica me la danno i tuoi
vestiti, che sembrano cuciti solo per stare sulla tua pelle e mi sembrano tutti
bellissimi allo stesso modo.
Perché lo stesso bollore lo sento quando, geloso delle
labbra, il tuo bacino si incolla al mio.
Perché la stessa sensazione mi resta sulla lingua quando
ti penso: dolce perché hai preso il mio stomaco e gli hai agganciato due
palloncini gonfi d’elio; amara perché l’hai lasciato volare via senza seguirlo
tra le nuvole; persistente perché nonostante il nostro incontro sia durato una
manciata di minuti, il tango che abbiamo ballato non può svanire tra le note di
un musicista di strada.
Il contenuto che leggerete è stato ispirato dalla parola CONDIVISIONE. Il progetto #scritturadesecuzione consiste nel pubblicare a cadenza settimanale (solitamente il lunedì) un testo/poesia ispirato da una parola comune. Questa settimana partecipano: @una_goccia_di_pioggia @lasognatricedelnullapoesia @alicenonsa @iosonorainmaker @gabbianigrassifoglivolanti @hotel_caracas_cc @laragazzachecorreconilupi @respiro_nero. Tutti i testi sono visibili all’hashtag #scritturadesecuzione (valido per Instagram).
Compito in classe.
Il candidato elenchi le più intime condivisioni, in
ordine sparso d’importanza.
Svolgimento.
La condivisione di un brano musicale, uno di quelli
azzeccati dalla Discover Weekly di Spotify; l’ho scoperto io, ne sono geloso e
fiero, ma tu, tu devi aprire questo forziere con me.
La condivisione della crosta del Magnum; sappiamo tutti
di cosa si sta parlando, da qui l’amore dista giusto qualche passo.
La condivisione di un dolore grande, di quelli che ti
spingono vagabondo per una strada illuminata da quei lampioni che sfarfallano
nei film americani; cerco la tua voce per tornare a casa.
La condivisione di un libro, che porta con sé
l’ineluttabile paura di vederlo tornare sgualcito, con le orecchie, addirittura
di non riaverlo indietro mai più; questa di tutte le condivisioni è una di
quelle più intime.
La condivisione delle bambole pelose che scodinzolano e
limonano a tradimento; quel guinzaglio che hai in mano è controllato a vista
dal cuore di babbo.
La condivisione dei miei pensieri per te, sotto forma di
lettera; scritti, riscritti, letti, riletti, stracciati, ririscritti,
ririletti, senza penna e calamaio ma con una venatura rossa e profonda.
La condivisione di un tramonto sul mare; dovrebbe sempre
svolgersi in silenzio, ignorando crampi e formicolii, e sarebbe opportuno che
si concludesse sempre con un bacio.