Socialismo in coda

[Flussi]

– Chi è l’ultimo? – chiede la signora giunta in prossimità del capannello di persone di fronte all’ingresso della farmacia.

“Chi è l’ultimo”, perché ciò che scandisce la società sono le classifiche, le graduatorie, la meritocrazia del primo. Ciò che conta è l’oro, l’ordine cronologico, il diritto della precedenza basato sul dato di fatto.

In un altro mondo la stessa signora avrebbe potuto chiedere “Chi ha più urgenza?” o “Chi ha più bisogno?”: ognuno avrebbe esposto brevemente la propria situazione e un criterio di buon senso sociale avrebbe determinato l’ordine d’ingresso.

Un mondo con molte più parole, più lento forse, di certo non esente da bugie e truffe. Un mondo in cui società e condivisione avrebbero beneficiato di un peso diverso, un significato non solo ideologico, ma pratico e di applicazione quotidiana. Una realtà non per forza migliore, solo più umana, nella quale non sarebbe stata necessaria la condivisione di un freddo dato temporale o di una regola fisico-matematica per determinare azioni e interazioni tra persone.

In un mondo così, forse, la signora avrebbe posto un’altra domanda.

– Io, signora, sono io l’ultimo – rispondo con un cenno della mano, prima di tornare a spippolare sul telefono.

La traversata

[The One]

I due stavano attraversando un ponte altissimo e lo facevano tenendosi per mano. Sotto di loro il nero.

Spaventoso lo era già per natura quel ponte, cigolava a ogni passo come il cancello di una casa abbandonata e non faceva alcunché per nascondere alla vista il baratro che si proponeva di superare. Ad aggiungersi alla sua spaventosa natura ci pensavano il vento che lo faceva oscillare, le assi di legno tanto marce da sbriciolarsi sotto i piedi, le vertigini, incontrollabili capogiri di terrore.

Eppure i momenti peggiori erano causati proprio dai due impegnati ad attraversarlo.

In alcuni momenti lei si muoveva rabbiosa e faceva ondeggiare violentemente la struttura, lui s’infuriava e nell’agitarsi faceva stridere le funi tanto da pensare che da lì a poco si sarebbero strappate facendoli precipitare.

Lui non concepiva perché lei dovesse rendere la traversata ancora più complicata di quanto già non fosse, si sentiva minacciato da chi aveva accanto, non riusciva ad accettare che fossero loro due i maggiori responsabili dei pericoli.

C’era però una cosa che non capiva. Lui non capiva che i momenti in cui lei faceva oscillare il ponte erano causati dalla paura del nero sotto i loro piedi, non capiva che in quei momenti di terrore lei preferiva inconsciamente il caos, perché le permetteva di non focalizzarsi solo sull’abisso, non capiva che lei non voleva mettere in pericolo né lui né loro, ma che la paura non sempre si riesce a controllare.

Allora lei si fermava, cercava con tutte le forze di spiegargli, lui ascoltava, nel silenzio solo il rumore del ponte che si muoveva piano.

Si ritrovavano negli occhi l’uno dell’altra, dentro i quali si vedevano a vicenda la fine del ponte e il loro mondo migliore.