Luogo di nascita: Livorno (o L’insensata appartenenza di Giacomo)

Spioncino

C’è un cartello verde, a un certo punto dell’autostrada che passa da Genova in direzione Toscana, che tra le varie indicazioni riporta quella per Livorno. Nel percorso estivo che parte dal nord ovest, affetta una porzione di pianura, si arrocca tra le curve salsedinose e si appoggia alla costa per il tratto finale, per Giacomo quel cartello rappresentava un vero e proprio crocevia segnaletico che separava due mondi: quello dell’effettiva esistenza, da quello dell’insensata appartenenza.

La visione del primo segnale autostradale con scritto Livorno era accompagnata da un accenno di sorriso, uno sguardo all’orizzonte, quasi fosse possibile intravedere una certa terrazza a scacchi, e un generale rilassamento del corpo e dell’animo. Pensate a un esiliato che rivede il suolo di casa dopo anni, pensate a un prigioniero che riassapora la libertà, pensate a un’altra iperbole che calzi l’esagerato stato d’animo di un ragazzo assonnato, appoggiato al finestrino, che sorride leggendo il nome di una città. Livorno per Giacomo era quello. E non c’era proprio motivo perché fosse così.

Di certo a Livorno lui era nato, aveva passato i primi due anni della sua vita, facendo in tempo a immagazzinare giusto un paio di ricordi appena accennati, e poi era stato portato via, contro la sua inesprimibile e non ancora formata volontà. Della cittadina labronica sarebbe rimasta traccia giusto sulla carta d’identità, di cui sarebbe sempre andato piuttosto fiero, e nella voce paterna, restìa ad annacquarsi e a socchiudere l’apertura vocalica. Poco, decisamente troppo poco. Eppure qualcosa a cui aggrapparsi, un appiglio da tenere stretto per rivendicare un’origine, un luogo a cui rifarsi e dal quale attingere colori. Un’appartenenza con la quale definirsi.

Il suo nome era un omaggio al bisnonno elbano che non aveva mai conosciuto. Ne aveva solo ascoltato i racconti, aneddoti di un personaggio ammantato di un’aria bonaria, ironica, dotato di avambracci con una forza tale che lo avvicinava più a un supereroe, piuttosto che a un uomo comune. Durante le estati che il giovane Giacomo passava all’Isola d’Elba, ne poteva percepire la presenza un po’ ovunque.

Quelle estati non erano solo un periodo di divertimento, di gonfiabili da cavalcare e di preghiere al mare perché inviasse una bella serie di cavalloni, per Giacomo avevano il valore di un riavvicinamento sognato per undici mesi. La sua vacanza partiva da quel cartello verde, prendeva corpo nelle colazioni in Baracchina, cambiava profumo sulla rampa del traghetto a Piombino, per poi esplodere nei colori di Portoferraio. Un’annuale trasformazione emotiva da crisalide a farfalla, che da sola valeva più di tutti i giorni passati in una valle claustrofobica, nella quale si risvegliava normalmente.

Il contrasto era, in parte, oggettivo: da una parte il mare, i tramonti, l’estate, dall’altra i monti, la neve, la scuola. Aggiungiamo anche la storica apertura di spirito livornese, l’accoglienza sguaiata, la pelle abbronzata, contro la diffidenza montagnina, il buio precoce, l’interminabile inverno. Giacomo crescendo aveva annotato tutto il meglio di una parte e tutto il peggio dell’altra, confezionando nella sua mente vite parallele e capri espiatori con i quali rispondeva al mondo.

Un giorno la professoressa di filosofia e storia chiese agli alunni di che porzione di mondo si sentissero parte. Molti risposero “europeo/a”, alcuni “italiano/a”. Giacomo, quando prese parola, disse: “Nell’ordine: livornese, toscano, italiano, europeo.” Lo disse con un accento non definito, con influenze piemontesi e vocali dall’apertura variabile. Fu una di quelle risposte non ragionate, che partivano da radici e pensieri non del tutto consapevoli, a forte rischio superficialità. Eppure alla professoressa piacque.

Giacomo con il tempo racchiuse in Livorno un’utopica risposta ai suoi disagi, alle scorie adolescenziali che mettevano radici nello stomaco, promettendo di crescere insieme a lui. Livorno diventò tutto quello che lui avrebbe voluto essere, il posto in cui avrebbe voluto crescere, il luogo che avrebbe potuto fare di lui una persona migliore, meno smarrita, più felice. Proiettò in Livorno tutto il meglio, trasformandolo in un alibi per non soccombere alle difficoltà e ai dolori, racchiudendo nella valle da cui non si poteva vedere l’orizzonte tutto il peggio, compresi i suoi stessi difetti e le debolezze che non era riuscito a debellare.

Negli anni tutto si sarebbe ammorbidito, l’astio sarebbe diventato meno accecante, ai pregi si sarebbero affiancati i difetti, l’attenzione si sarebbe spostata dai luoghi esteriori a quelli interiori. Tutto si sarebbe affievolito, fatta eccezione per il benessere trasmesso da quel cartello autostradale verde, all’altezza di Genova, che suggerisce lo svincolo da prendere per proseguire in direzione Livorno.

Comunque siamo svegli dalle quattro, siamo in macchina dalle cinque e mancano ancora tre ore per arrivare a Piombino: certo, dé, pure te babbo, ma proprio fino in Vardaosta si doveva anda’ ad abita’?

Un ragazzo e una ragazza

Miraggio

Musica consigliata per la lettura.

https://www.youtube.com/results?search_query=non+voglio+ballare+zen+circus

Si erano incontrati dopo tre anni dal loro primo incontro. Prima non si erano riconosciuti, prima si erano solo intuiti, come quando incroci un estraneo che sai di aver già visto, ma di cui non riesci a ricordare il nome. Si erano baciati per la prima volta spinti da un senso di giustizia o forse è più giusto dire che cascarono una sull’altro.

Una volta che terminarono di prendersi le misure – ci vollero diversi giorni e un metro abbastanza lungo da contenere le vite dei due – partirono per un viaggio. Dormirono in mille e uno letti, mangiarono su tavole e lenzuola, fecero l’amore con ogni genere di luce, videro tutti i posti del mondo senza mai più muoversi da casa.

Nei loro discorsi mischiavano colonne e colori, nei loro sguardi si rincorrevano brillii e ardori, le loro mani tastavano incavi e calori. Parlavano senza mai smettere di ascoltarsi, ridevano sempre di un’ottava più alta rispetto alle altre persone, sapevano incassare i “ti amo” come pugili professionisti. Si bisbigliavano le rispettive paure stando pancia contro pancia, litigavano con tutto il corpo provocandosi ferite superficiali che sarebbero guarite nel giro di una danza di risate.

Non rientravano nelle convenzioni socio-temporali degli umani, per loro i secondi scorrevano diversamente: a volte ali di colibrì, a volta miele che cola. Il tempo si adattava ai battiti dei loro cuori, il vento li abbracciava agli apici dei loro livori. Non si promettevano mai niente, non si dicevano né grazie né scusa, erano felici e imperfetti.

Nessuno sa dove siano ora, ma ci fu un tale che giurò di averli visti. Dopo essersi fatto offrire più giri di quanto una persona perbene accetterebbe senza vergogna, raccontò ai pochi frequentatori del bar di aver visto un ragazzo e una ragazza, sotto i piedi una scacchiera lucida di pioggia in mezzo al mare, davanti agli occhi onde imbizzarrite color pietra, sopra la testa nuvoloni senza bordi, che coprivano un cielo che non voleva farsi vedere. Il ragazzo stava costeggiando il confine della terrazza con il mare, cercava l’angolo più vicino all’acqua, sorridendo prendeva schiaffi di schiuma, le labbra increspate di sale. La ragazza puntava al centro della geometria, calpestava la terra, saltava le pozzanghere, tenendosi forte il cappuccio che il vento tentava di toglierle, gli occhi colmi di riflessi.

Il tale raccontò che vide il ragazzo e la ragazza camminarsi incontro senza fretta, ridendo senza sentirsi; giunti uno di fronte all’altra il loro bacio sospese il tempo, solo l’aria non smise di suonare. In pochi credettero a quella storiella improbabile, invitarono il tale ad andarci piano con i ponce, che basta un attimo per farsi confondere da bagliori marini e fumi alcolici.

Prima che scemassero le risate di scherno si fece avanti una signora, preceduta dal ticchettio del bastone, indusse il pubblico al silenzio senza proferire parola. A tentoni cercò una sedia libera, si accomodò lentamente e disse che lei li aveva visti. Lei c’era quella sera che il ragazzo e la ragazza terminarono l’alcool e consumarono le candele, mentre per aria la musica li conduceva: prima balcanica, per sudare, poi nostrana, per ricordare il mare.

Come scordarsi di lui, appoggiato allo stipite della porta della cucina, il petto nudo, addosso solo un paio di pantaloncini e delle calzette scure, in mano una bottiglia con ancora un sorso appena. Come scordarsi di lei, in piedi in mezzo alla cucina, il seno nudo, addosso solo un paio di pantaloni morbidi con i tasconi sul sedere, in mano un bicchiere con ancora un sorso appena. Lei ballava in mezzo alla stanza con gli occhi chiusi, senza versare una goccia di vino, con i capezzoli dritti e il sorriso in alto. Lui la guardava appoggiato alla porta con gli occhi pieni, senza risparmiare una goccia di vino, con i capelli lunghi e la voglia di fotografarla.

– Non voglio ballare – mentre lei ballava.

– Voglio farmi male – mentre lui godeva.

Nulla di più aggiunse la signora, che rimase immobile a fissare il vuoto, mentre i pochi rimasti la guardavano incerti. Poi lei si alzò, lasciò il bastone appoggiato alla sedia, si diresse verso l’uscita seguita dal tale, che la prese sotto braccio sull’uscio del bar. Quelli che rimasero indietro li sentirono ridere come bambini, quelli che li videro arrivare scorsero il mare e il cielo nei loro occhi.

Ghigna a culo

[Varietà]

Interno sera, cucina-salotto illuminata da globi tenui, sul muro le ombre delle felci, a terra gress porcellanato sbeccato in un punto dove cade sempre l’occhio.
Lei, lui, la tensione e una TV in sottofondo ignorata da tutti.
Lei, disillusa, lascia le briglie.
– E c’hai ‘na bella ghigna a culo.
Lui, interdetto, sull’orlo del KO, tenta il traversone.
– Il tuo concetto di amore è deleteriamente autoreferenziale.
Lei, sguardo basso, voce glabra.
– Vedi di levarti agirmente dar cazzo, prima ‘e ti deleteri la faccia.
Lui, mani pallide, ascella fetente.
– La verità è che non mi hai mai amato. Tu ami l’idea dell’amore, non me.
Lei, artica, tra le mani una katana.
– Bimbo, è finita. Pillia ‘ tu’ chiozzeri e sparisci. Se ti rivedo ti smuso.
Lui, a metà strada tra lei e la porta, quasi non respira.
– Stiamo facendo un errore, noi siamo molto più di questo. Siamo capaci di meglio. Io credo ancora in noi.
Lei, in piedi in direzione del bagno, un medio alzato alle sue spalle.
– Io no.

Non

[Varietà]

Eh

oh bellino

cos’è quello sguardo lì?

Quel luccicore rimettilo in tasca, che è meglio.

Che non è mica il caso

che non sei mica il caso

che mica ti puoi permettere

di essere ciò che non sei.

Non è che adesso arrivi tu

splendido splendente

e fai del mondo ciò che ti pare.

Eh, no

non si fa così.

Dai retta a me

che sono venuto prima di te

e so

come non fare.

Camminai via

[Varietà]

Una volta un vecchio mi disse di non smettere mai di camminare.

Me lo disse così, senza essere interpellato, senza un preambolo che lo giustificasse, senza neanche guardarmi in faccia.

Era un pomeriggio di maggio, il sole sorrideva al vento e il vecchio, seduto su una panchina verde, ruppe il silenzio tra noi.

– Non smettere mai di camminare finché le gambe ti reggono e hanno forza, finché potrai scegliere di muovere un passo, finché potrai esaudire un desiderio anche piccolo.

Non smettere mai di camminare fino alla curva successiva, ché non puoi sapere cosa si nasconda dietro e anche fosse nulla varrà sempre la pena andare a vedere di persona.

Non smettere mai di camminare neanche quando ti sembrerà di non avere più forze, neanche quando sarai esausto, sarà proprio quello il momento giusto per fare un passo in più.

Non smettere mai di camminare anche quando avrai l’impressione di non sapere dove stai andando, anche quando sembrerà di esserti smarrito, perché solo andando avanti ritroverai la tua via.

Non smettere mai di camminare perché io non posso più e non vorrei vederti sprecare neanche una briciola delle tue possibilità, ora che io ho esaurito le mie.

Non smettere mai di camminare perché può accadere che un giorno, al termine di una strada vuota e rugginosa di un porto di mare, girando intorno a un edificio diroccato, ti si schianti addosso un tramonto viola, adagiato su un mare di un colore che non esiste. –

Rimase fermo sulla panchina e io camminai via.

Sfogliare muri

[Varietà]

Sui muri cerco verità pittate, il colore di un’emozione, lo slancio d’un poeta che imbratta di forza un mattone megafono, un genio innamorato, un vandalo pensatore.

Chilometri d’intonaco che rovisto in attesa di una risata incivile, la filosofia di uno, dieci, cento Zeb, lo slancio di un ironico sonnambulo.

Romanticherie fiappe, spunti per fiabe, caleidoscopiche finestre che danno su mondi a senso contrario.


I muri si osservano, i muri si leggono.

Sapore di sale

[The One]

Un ragazzo e una ragazza.

Sotto i piedi una scacchiera lucida di pioggia in mezzo al mare.

Davanti agli occhi onde color pietra, imbizzarrite nell’arena da cui non possono uscire.

Sopra la testa nuvoloni senza bordi, coprono un cielo che non si vede.

Il ragazzo costeggia il confine con il mare, cerca l’angolo più vicino all’acqua, sorride e prende schiaffi di schiuma. Le labbra sanno di sale.

La ragazza punta al centro della geometria, calpesta la terra, salta le pozzanghere, si tiene forte il cappuccio che il vento vorrebbe toglierle. I suoi occhi sono colmi.

Il ragazzo e la ragazza si vedono da lontano e si camminano incontro senza fretta, ridendo senza sentirsi.

Nel tempo sospeso un bacio al sale e l’aria come colonna sonora.

Il fotografo in k-way si è perso una foto da inquadrare.