[Varietà]
Mi pareva
un refuso in fuga
una strada senza senso
un ossimoro etilico
un’offerta illogica
un bagnino alpino
un’ingiuria inescusabile
e invece era
una birra analcolica.
[Varietà]
Mi pareva
un refuso in fuga
una strada senza senso
un ossimoro etilico
un’offerta illogica
un bagnino alpino
un’ingiuria inescusabile
e invece era
una birra analcolica.
[Varietà]
Interno sera, cucina-salotto illuminata da globi tenui, sul muro le ombre delle felci, a terra gress porcellanato sbeccato in un punto dove cade sempre l’occhio.
Lei, lui, la tensione e una TV in sottofondo ignorata da tutti.
Lei, disillusa, lascia le briglie.
– E c’hai ‘na bella ghigna a culo.
Lui, interdetto, sull’orlo del KO, tenta il traversone.
– Il tuo concetto di amore è deleteriamente autoreferenziale.
Lei, sguardo basso, voce glabra.
– Vedi di levarti agirmente dar cazzo, prima ‘e ti deleteri la faccia.
Lui, mani pallide, ascella fetente.
– La verità è che non mi hai mai amato. Tu ami l’idea dell’amore, non me.
Lei, artica, tra le mani una katana.
– Bimbo, è finita. Pillia ‘ tu’ chiozzeri e sparisci. Se ti rivedo ti smuso.
Lui, a metà strada tra lei e la porta, quasi non respira.
– Stiamo facendo un errore, noi siamo molto più di questo. Siamo capaci di meglio. Io credo ancora in noi.
Lei, in piedi in direzione del bagno, un medio alzato alle sue spalle.
– Io no.
[Varietà]
Edgar era affranto. Dall’altra parte della conchiglia gli arrivavano i singhiozzi della moglie, si sentiva in colpa e impotente. Erano mesi che litigavano pressoché tutti i giorni, ma questa era la prima volta che Marisa non riusciva a controbattere al malumore del marito.
Si amavano, di quello era certo, si amavano profondamente. Se lo ripetevano spesso, come se avessero bisogno di ricordarselo a vicenda, come se avessero bisogno di uno scoglio al quale aggrapparsi.
Sembrava passato un secolo da quando avevano firmato il contratto per l’acquisto del loro masso, da quando aveva tenuto tra le chele il piccolo Lucas per la prima volta, da quando si svegliava la mattina carico di entusiasmo per recarsi al lavoro di buon’ora, salutando tutti con il sorriso, orgoglioso di far parte della Cooperativa Pagurense, che tanto bene faceva alla società e all’ambiente.
O almeno così gli avevano fatto credere.
La Cooperativa si era rivelata una società satellite di una multinazionale con pochi scrupoli e molti profitti. Il mantello di solidarietà e politica green nascondeva un giro di interessi dell’élite dei granchi ben abbienti, che sfruttava la facciata eco-solidale della società per farsi belli alle cene di beneficienza, mentre riciclavano nient’altro che i loro guadagni illeciti. Gli scandali avevano colpito le alte sfere, ma gli effetti si erano sentiti perlopiù tra i semplici lavoratori: riduzione di personale, ritardi nei pagamenti e orari al limite del crostaceamente accettabile.
Negli anni la disillusione e la routine avevano fiaccato lo spirito di Edgar, portandolo, senza rendersene conto, a essere ciò che più di tutto detestava: suo padre.
Alzò lo sguardo e vide che sul comodino, tra la posta che Marisa aveva raccolto, c’era una cartolina colorata.
Proveniva dai Caraibi ed era firmata “Marcello”. Suo cugino. Quel maledetto fancazzista. Edgar fissò la cartolina per dieci minuti buoni, poi la stracciò.
[Varietà]
Colonne!
Colonne a perdita d’occhio
righe in fasci da dodici
rigoroso ordine militarcronologico
sull’attenti!
Rinchiuse in celle colorate
cifre tristi gridano la loro innocenza
implorano per una boccata d’aria
– Aria, per carità! –
mentre dita di legno sbattono il capo su lettere sbiadite
caratteri immemori del loro significato.
Pausa caffè
liberi tutti
non andate troppo lontano
state dove possiamo vedervi
e non toglietevi per nessun motivo le catene dalle caviglie.
[Varietà]
Mi pareva
un vuoto ancestrale
una carenza vitale
un velo d’ingiustizia
una supplica nel deserto
uno spasmo di cordoglio
un’apocalisse di cellulosa
e invece era
finita la carta igienica.
[The One]
Chissà perché
quando penso a te
faccio rime idiote
e mi abbandona il senno
fuggito insieme al nesso
su un treno qualsiasi
stretti in un abbraccio
assennati e annessati
loro
mentre io resto qua
a bagnar le rose
in attesa di un bocciolo
che ti faccia sorridere.
[The One]
Ti aspetto
sul ciglio di un marciapiede
tra gli echi di una canzone di strada
i riverberi spazzati dalle folate dei passanti
in balìa degli sguardi distratti di chi non sente
la canzone che ti sospinge come vento
quando affiori dalla porta di un negozio
e mi vedi
e mi sorridi.
[Varietà]
Mi pareva
un sequestro alieno
una défaillance effimera
un mancamento fulmineo
una badilata temporale
uno svenimento post-apocalittico
una pausa sensoriale
e invece era
un abbiocco pomeridiano.
[Varietà]
Un bambino stringe gli occhi e fissa il cielo. Vuole capire da che parte vadano le nuvole.
Dove corrono?
A che velocità si spostano?
Si muovono tutte insieme o ognuna per conto suo?
Il bianco esplode, fa lacrimare gli occhi, ma il bambino si impegna a non sbattere mai le palpebre, ché non vuole perdersi nemmeno un istante di quella corsa lenta e inesorabile.
Mentre placido passa il tempo, scorrono domande, pensieri e sogni, volano alti come palloncini, seguendo la scia di quelle nuvole mai ferme, sebbene, quando guardate, sembrino immobili.
In un gioco interiore con sé stesso e la natura, un bambino stringe gli occhi e fissa il cielo, lasciandosi libero e leggero, fermo a uno sguardo esterno, eppure in volo dentro di sé.
[Varietà]
Eppure l’avevo messo qui
quel sogno,
sono certo di averlo messo qui da qualche parte.
Ricordo di aver pensato: “lo lascio qui, così sono sicuro di ritrovarlo”,
sarebbe stato il primo posto dove avrei cercato, quando sarebbe giunto il momento.
Ora che il momento è giunto,
o almeno credo,
di riprendere in mano quel sogno, di soffiarci sopra,
di farne qualcosa di più
di un semplice sogno buttato lì,
proprio ora,
non lo trovo più.
Com’è possibile?
Non è che i sogni sono volatili, vero?
Non è che sottoposti a una certa pressione, a una certa attesa, evaporano?
Non funziona così, vero?
A scuola non mi pare ce l’abbiano mai detto,
avrebbero dovuto dedicare un’intera lezione di chimica sui passaggi di stato dei sogni,
non ci hanno mai insegnato nulla del genere,
o magari non ero attento io,
ero così svagato,
preso com’ero da certi sogni.