Spioncino
Esiste un angolo di mente adibito a conservare frammenti d’infanzia, al quale basta un piccolo aiuto per riproiettare diapositive odorose dimenticate per anni. Che sia una madeleine immersa nel tè di tiglio o altro poco importa, il meccanismo sinestetico agisce in completa autonomia, collegano immagini a odori, sapori a suoni, sensazioni tattili a una specifica scena familiare rivista in prima persona. Pennellate di memoria che riaffiorano a dispetto della volontà o della capacità di ricordare.
Ieri, ad esempio, ho rivisto le lucciole.
Le ho riviste in un contesto astruso: di ritorno da un concerto metal, in fila tra teste crespe sudate e canottiere demoniache impolverate, in un lembo di giardinetto cittadino tra macchine e panchine unte di smog. Era tempo che non incontravo quelle minuscole lampadine che si accendono in un punto e nell’istante di buio si spostano di qualche centimetro, riapparendo in una sfocata scia giallo fluo per un attimo appena. Ne sono sempre rimasto incantato e, da bambino, avevo maturato l’idea che si fossero imposte la regola di potersi muovere solo da spente, come in un, due, tre, stella, con la luce al posto dell’astro. In un gioco solo nostro attendevo il lampeggio successivo per indovinare dove le avrei viste ricomparire, sperando che dimenticassero la luce accesa, per una volta.
Grazie a quelle lucciole di città sono partito per una gita istantanea che ha mischiato gusti di pizze, colori di bougainville, rumore di tagliaerba, sofficità di papaveri, varietà di secchielli, echi di storie, pizzichi di zanzare.
Ho rivisto le notti blu dell’Isola d’Elba, quelle in cui mi perdevo dal finestrino della macchina di rientro dal pizza-gelato-passeggiata serale, ascoltando cd paterni sempre uguali, con la fronte schiacciata sul vetro e gli occhi persi tra costellazioni che non ho mai imparato. Grande carro, solo tu hai fatto breccia nella mia scarsa capacità mnemonica.
Ho ripercepito il profumo delle ginestre, quando mi sembrava impossibile che a quei mazzi più alti di me fosse sufficiente solo qualche piccolo fiore giallo per riempire l’aria del loro profumo. Ho realizzato solo anni dopo che le ginestre e il loro odore sono sul gradino più alto del podio dei miei fiori preferiti. Appello alle ditte produttrici di diffusori per ambienti: se riuscite a riprodurre la fragranza “Sginestr’ de l’Île d’Elbà” compro io l’intero stock, giurin giurello.
Ho riassaporato sulla lingua il gusto fresco e chimico del Fior di fragola, così tante volte la mia prima scelta di fronte ai quei meravigliosi cartelloni metallici. La valutazione non era mai compiuta con superficialità: le immagini di ogni singolo gelato erano scandagliate con attenzione meticolosa, soppesando pro e contro, temperatura e combinazioni di gusto. Certo a volte non era possibile dire di no ai sorbetti delle Tartarughe Ninja, quasi sempre esauriti, maledetti, oppure potevo optare per qualcosa di più serioso come un Cremino – il Ducale no, quello era proprio da adulti -, ma il Fior di Fragola restava lì, saldo e fedele, consapevole di poter contare su un posto fisso nel mio cuore. La scorsa settimana erano in offerta, ne ho una dozzina in congelatore adesso e sì, sono sempre, inimitabilmente, buoni e chimici.
Ho risentito sulle piante dei piedi l’implacabile ustione del primo tratto di spiaggia di Cavoli, chicchi di lava senza pietà che hanno messo alla prova generazioni intere di camminatori di carboni ardenti. I pochi metri che separavano dal traguardo del bagnasciuga rappresentavano una vera e propria sfida contro i limiti umani, almeno quelli infantili. Lì ho imparato l’importanza della trigonometria applicata, fondamentale per calcolare le traiettorie più brevi tra il semicerchio libero di un ombrellone e l’angolo retto di uno schienale di lettino, microscopici lembi d’ombra, tappe necessarie per non arrivare al mare sui moncherini. Un paio di volte, in preda alla disperazione, ho camminato su asciugamani di sconosciuti, ora posso confessarlo, è tutto caduto in prescrizione.
Mi sono ritornati alle orecchie i canti dei campi vuoti, schiere invisibili di cicale, grilli, intenti in interminabili prove di un concerto che non arrivava mai. Credetemi, ho tentato più volte, immerso in quel mare di suono, a farmi largo tra la folla di spighe alla ricerca dello strumentista, anche solo per osservarlo mentre ripassa scale e arpeggi. Ma, ogni volta che riuscivo ad arrivare sotto il palco, silenzio, immobilismo, fuga. Timidezza? Panico da palcoscenico? Terrore da essere gigantesco preadolescente che si avvicina con tonfi Godzilleschi? E io rimango con il biglietto in mano, senza neanche uno sportello a cui chiedere un rimborso.
Lemme lemme il frinire cicalesco scema e non riesco più a distinguerlo dal ronzio delle chitarre distorte che mi fodera le orecchie e accompagna il mio rientro alla macchina. La mia caotica sinestesia personale svanisce, accesa e spenta in un attimo, come una lucciola.

