[Varietà]
Mi pareva
l’armadio di Narnia
la macchina del tempo
il gate numero 57
la potestà risorta
l’orizzonte obliato
la licenza esistenziale
e invece era
la prima dose di vaccino.
[Varietà]
Mi pareva
l’armadio di Narnia
la macchina del tempo
il gate numero 57
la potestà risorta
l’orizzonte obliato
la licenza esistenziale
e invece era
la prima dose di vaccino.
[Varietà]
Tavole a U
brainstorming tra gnu
incornate tra incoronate teste di
membri di una mandria lanciata a tutta velocità verso un bottone verde che click,
bang!
Boom!
Rinchiusi a ruminare nel buio di una prateria mentale
piatta,
vuota,
beeeh!
Tutti a casa orsù
mandria di gnu.
[Varietà]
Colonne!
Colonne a perdita d’occhio
righe in fasci da dodici
rigoroso ordine militarcronologico
sull’attenti!
Rinchiuse in celle colorate
cifre tristi gridano la loro innocenza
implorano per una boccata d’aria
– Aria, per carità! –
mentre dita di legno sbattono il capo su lettere sbiadite
caratteri immemori del loro significato.
Pausa caffè
liberi tutti
non andate troppo lontano
state dove possiamo vedervi
e non toglietevi per nessun motivo le catene dalle caviglie.
[Varietà]
Mi pareva
un vuoto ancestrale
una carenza vitale
un velo d’ingiustizia
una supplica nel deserto
uno spasmo di cordoglio
un’apocalisse di cellulosa
e invece era
finita la carta igienica.
[The One]
Chissà perché
quando penso a te
faccio rime idiote
e mi abbandona il senno
fuggito insieme al nesso
su un treno qualsiasi
stretti in un abbraccio
assennati e annessati
loro
mentre io resto qua
a bagnar le rose
in attesa di un bocciolo
che ti faccia sorridere.
[The One]
Ti aspetto
sul ciglio di un marciapiede
tra gli echi di una canzone di strada
i riverberi spazzati dalle folate dei passanti
in balìa degli sguardi distratti di chi non sente
la canzone che ti sospinge come vento
quando affiori dalla porta di un negozio
e mi vedi
e mi sorridi.
[Varietà]
Mi pareva
un sequestro alieno
una défaillance effimera
un mancamento fulmineo
una badilata temporale
uno svenimento post-apocalittico
una pausa sensoriale
e invece era
un abbiocco pomeridiano.
[Varietà]
Un bambino stringe gli occhi e fissa il cielo. Vuole capire da che parte vadano le nuvole.
Dove corrono?
A che velocità si spostano?
Si muovono tutte insieme o ognuna per conto suo?
Il bianco esplode, fa lacrimare gli occhi, ma il bambino si impegna a non sbattere mai le palpebre, ché non vuole perdersi nemmeno un istante di quella corsa lenta e inesorabile.
Mentre placido passa il tempo, scorrono domande, pensieri e sogni, volano alti come palloncini, seguendo la scia di quelle nuvole mai ferme, sebbene, quando guardate, sembrino immobili.
In un gioco interiore con sé stesso e la natura, un bambino stringe gli occhi e fissa il cielo, lasciandosi libero e leggero, fermo a uno sguardo esterno, eppure in volo dentro di sé.
[Varietà]
Eppure l’avevo messo qui
quel sogno,
sono certo di averlo messo qui da qualche parte.
Ricordo di aver pensato: “lo lascio qui, così sono sicuro di ritrovarlo”,
sarebbe stato il primo posto dove avrei cercato, quando sarebbe giunto il momento.
Ora che il momento è giunto,
o almeno credo,
di riprendere in mano quel sogno, di soffiarci sopra,
di farne qualcosa di più
di un semplice sogno buttato lì,
proprio ora,
non lo trovo più.
Com’è possibile?
Non è che i sogni sono volatili, vero?
Non è che sottoposti a una certa pressione, a una certa attesa, evaporano?
Non funziona così, vero?
A scuola non mi pare ce l’abbiano mai detto,
avrebbero dovuto dedicare un’intera lezione di chimica sui passaggi di stato dei sogni,
non ci hanno mai insegnato nulla del genere,
o magari non ero attento io,
ero così svagato,
preso com’ero da certi sogni.
[Varietà]
Mi pareva
un raglio asinino
una flatulenza vocale
un se io sarei
un’escrescenza purulenta
un bacione con l’alitosi
un’abbuffata tra sciacalli
e invece era
propaganda leghista.