Un ragazzo e una ragazza

Miraggio

Musica consigliata per la lettura.

https://www.youtube.com/results?search_query=non+voglio+ballare+zen+circus

Si erano incontrati dopo tre anni dal loro primo incontro. Prima non si erano riconosciuti, prima si erano solo intuiti, come quando incroci un estraneo che sai di aver già visto, ma di cui non riesci a ricordare il nome. Si erano baciati per la prima volta spinti da un senso di giustizia o forse è più giusto dire che cascarono una sull’altro.

Una volta che terminarono di prendersi le misure – ci vollero diversi giorni e un metro abbastanza lungo da contenere le vite dei due – partirono per un viaggio. Dormirono in mille e uno letti, mangiarono su tavole e lenzuola, fecero l’amore con ogni genere di luce, videro tutti i posti del mondo senza mai più muoversi da casa.

Nei loro discorsi mischiavano colonne e colori, nei loro sguardi si rincorrevano brillii e ardori, le loro mani tastavano incavi e calori. Parlavano senza mai smettere di ascoltarsi, ridevano sempre di un’ottava più alta rispetto alle altre persone, sapevano incassare i “ti amo” come pugili professionisti. Si bisbigliavano le rispettive paure stando pancia contro pancia, litigavano con tutto il corpo provocandosi ferite superficiali che sarebbero guarite nel giro di una danza di risate.

Non rientravano nelle convenzioni socio-temporali degli umani, per loro i secondi scorrevano diversamente: a volte ali di colibrì, a volta miele che cola. Il tempo si adattava ai battiti dei loro cuori, il vento li abbracciava agli apici dei loro livori. Non si promettevano mai niente, non si dicevano né grazie né scusa, erano felici e imperfetti.

Nessuno sa dove siano ora, ma ci fu un tale che giurò di averli visti. Dopo essersi fatto offrire più giri di quanto una persona perbene accetterebbe senza vergogna, raccontò ai pochi frequentatori del bar di aver visto un ragazzo e una ragazza, sotto i piedi una scacchiera lucida di pioggia in mezzo al mare, davanti agli occhi onde imbizzarrite color pietra, sopra la testa nuvoloni senza bordi, che coprivano un cielo che non voleva farsi vedere. Il ragazzo stava costeggiando il confine della terrazza con il mare, cercava l’angolo più vicino all’acqua, sorridendo prendeva schiaffi di schiuma, le labbra increspate di sale. La ragazza puntava al centro della geometria, calpestava la terra, saltava le pozzanghere, tenendosi forte il cappuccio che il vento tentava di toglierle, gli occhi colmi di riflessi.

Il tale raccontò che vide il ragazzo e la ragazza camminarsi incontro senza fretta, ridendo senza sentirsi; giunti uno di fronte all’altra il loro bacio sospese il tempo, solo l’aria non smise di suonare. In pochi credettero a quella storiella improbabile, invitarono il tale ad andarci piano con i ponce, che basta un attimo per farsi confondere da bagliori marini e fumi alcolici.

Prima che scemassero le risate di scherno si fece avanti una signora, preceduta dal ticchettio del bastone, indusse il pubblico al silenzio senza proferire parola. A tentoni cercò una sedia libera, si accomodò lentamente e disse che lei li aveva visti. Lei c’era quella sera che il ragazzo e la ragazza terminarono l’alcool e consumarono le candele, mentre per aria la musica li conduceva: prima balcanica, per sudare, poi nostrana, per ricordare il mare.

Come scordarsi di lui, appoggiato allo stipite della porta della cucina, il petto nudo, addosso solo un paio di pantaloncini e delle calzette scure, in mano una bottiglia con ancora un sorso appena. Come scordarsi di lei, in piedi in mezzo alla cucina, il seno nudo, addosso solo un paio di pantaloni morbidi con i tasconi sul sedere, in mano un bicchiere con ancora un sorso appena. Lei ballava in mezzo alla stanza con gli occhi chiusi, senza versare una goccia di vino, con i capezzoli dritti e il sorriso in alto. Lui la guardava appoggiato alla porta con gli occhi pieni, senza risparmiare una goccia di vino, con i capelli lunghi e la voglia di fotografarla.

– Non voglio ballare – mentre lei ballava.

– Voglio farmi male – mentre lui godeva.

Nulla di più aggiunse la signora, che rimase immobile a fissare il vuoto, mentre i pochi rimasti la guardavano incerti. Poi lei si alzò, lasciò il bastone appoggiato alla sedia, si diresse verso l’uscita seguita dal tale, che la prese sotto braccio sull’uscio del bar. Quelli che rimasero indietro li sentirono ridere come bambini, quelli che li videro arrivare scorsero il mare e il cielo nei loro occhi.

Ghigna a culo

[Varietà]

Interno sera, cucina-salotto illuminata da globi tenui, sul muro le ombre delle felci, a terra gress porcellanato sbeccato in un punto dove cade sempre l’occhio.
Lei, lui, la tensione e una TV in sottofondo ignorata da tutti.
Lei, disillusa, lascia le briglie.
– E c’hai ‘na bella ghigna a culo.
Lui, interdetto, sull’orlo del KO, tenta il traversone.
– Il tuo concetto di amore è deleteriamente autoreferenziale.
Lei, sguardo basso, voce glabra.
– Vedi di levarti agirmente dar cazzo, prima ‘e ti deleteri la faccia.
Lui, mani pallide, ascella fetente.
– La verità è che non mi hai mai amato. Tu ami l’idea dell’amore, non me.
Lei, artica, tra le mani una katana.
– Bimbo, è finita. Pillia ‘ tu’ chiozzeri e sparisci. Se ti rivedo ti smuso.
Lui, a metà strada tra lei e la porta, quasi non respira.
– Stiamo facendo un errore, noi siamo molto più di questo. Siamo capaci di meglio. Io credo ancora in noi.
Lei, in piedi in direzione del bagno, un medio alzato alle sue spalle.
– Io no.

Proprio con quegli occhi lì

[The One]

Esco su balcone – è tornato il caldo –

prendi il sole su una sdraio da veri professionisti

mi guardi e sorridi – proprio con quegli occhi lì –

m’incanto – quegli occhi lì –

chiedo se vuoi un caffè

mentre tu non hai ancora messo via il tuo sorriso – e quegli occhi –

non rispondi

fai solo un cenno con la testa – si muove tutto, anche il mondo –

che no

non lo vuoi

però chiedi senza parlare

di starti vicino

proprio io

che vicino a quegli occhi lì è come essere al mare.

8 e 52

[The One]

Labbra bicolori

abbracci protesi

sulle tremila molle insacchettate di un letto disfatto.

Libercoli erotici

orsacchiotti senza naso

ai margini d’una stanza ovattata dal sole delle 8 e 52.

Desta dal sogno

sbadigli e sorridi

io conto i riflessi

dei nostri buongiorno.

Non voglio ballare

[The One]

C’era una volta tanto alcool, che poi finì.

C’era anche una candela, che si consumò.

Per aria la musica; prima balcanica, per sudare, poi nostrana, per ricordare il mare.

Lui, appoggiato allo stipite della porta della cucina, il petto nudo, addosso solo un paio di pantaloncini e delle calzette scure, in mano una bottiglia con ancora un sorso appena.

Lei, in piedi in mezzo alla cucina, il seno nudo, addosso solo un paio di pantaloni morbidi con i tasconi sul sedere e sulle cosce, in mano un bicchiere con ancora un sorso appena.

Lei ballava in mezzo alla stanza con gli occhi chiusi, senza versare una goccia di vino, con i capezzoli dritti e il sorriso in alto.

Lui la guardava appoggiato alla porta con gli occhi pieni, senza risparmiare una goccia di vino, con i capelli lunghi e la voglia di fotografarla.

“Non voglio ballare” mentre lei ballava.

“Voglio farmi male” mentre lui godeva.

C’era una volta la voglia di vivere per sempre, c’era una volta il desiderio di non smettere di ballare mai più.

[Musica suggerita per la lettura: Zen Circus – Non voglio ballare]