Tallinn 1

[In viaggio]

Il panorama da una panchina.

Solo una ragazza che legge

una voce di donna che canta in sottofondo

uno schizzo maldestro sul quaderno

e una promessa a me stesso:

non dimenticare mai

il cielo di Helsinki

le pietre di Tallinn.

Cometa

[Varietà]

Sul collo d’un dragone fatto di stelle

scende una cometa

corre veloce

curva stretta

poi sempre dritto

non si ferma.

In un secondo e mezzo brucia

ora è polvere di un ricordo

illusione di una vita

dispersa nello spazio.

Anche al mare

[Varietà]

Quindi anche al mare piove.

Non quella pioggia estiva che ti fa credere che migliaia di pesciolini saltellino sul pelo dell’acqua; neanche quella improvvisa, fitta e odorosa di terra che passa e va nel giro di pochi minuti.

Quella pioggia grama, color topo, che trapassa pelle e ossa e si stabilisce a capo del centro di comando dell’umore.

Accade anche al mare che le giornate siano uno sguardo obliquo alla finestra, una constatazione piatta di quello che ci aspetta.

Capita anche al mare di perdere il senso di tutto questo.

E no, neanche il mare può farci qualcosa.

Sapore di sale

[The One]

Un ragazzo e una ragazza.

Sotto i piedi una scacchiera lucida di pioggia in mezzo al mare.

Davanti agli occhi onde color pietra, imbizzarrite nell’arena da cui non possono uscire.

Sopra la testa nuvoloni senza bordi, coprono un cielo che non si vede.

Il ragazzo costeggia il confine con il mare, cerca l’angolo più vicino all’acqua, sorride e prende schiaffi di schiuma. Le labbra sanno di sale.

La ragazza punta al centro della geometria, calpesta la terra, salta le pozzanghere, si tiene forte il cappuccio che il vento vorrebbe toglierle. I suoi occhi sono colmi.

Il ragazzo e la ragazza si vedono da lontano e si camminano incontro senza fretta, ridendo senza sentirsi.

Nel tempo sospeso un bacio al sale e l’aria come colonna sonora.

Il fotografo in k-way si è perso una foto da inquadrare.

Non ho mai letto Murakami

[Flussi]

Curami come mi cura perdermi tra i vicoli delle città, quando la voglia di scoprire da dove viene quel bagliore dietro l’angolo disegna la mappa.

Curami come mi cura la playlist di Spotify, quando azzecca un pezzo dopo l’altro come se conoscesse i bpm necessari al mio umore.

Curami come mi cura un bicchiere di porto, quando mi fa compagnia nella calda solitudine, plaid alcolico, latore di memorie.

Curami come mi cura Livorno, quando m’infonde un’ingiustificata apertura d’occhi, di vocali, di sorriso.

Curami come mi cura vedere due code pelose davanti a me, quando rimbalzellano sulla curiosità e si fermano, si girano e mi aspettano.

Curami come mi cura l’ultimo punto, quando chiude un testo che non ha più nulla da dire.

Curami come mi cura Murakami; in verità non l’ho mai letto, mi piaceva solo come suonava.

Lentezza di crociera

[Flussi]

C’è un momento in cui rallenti. Il metronomo delle gambe si allinea a poco a poco a quello del respiro. Pensi “perché non cammino a questa lentezza più spesso?”.

Tiri indietro le spalle, le rilassi.

Alzi gli occhi, guardi i tetti.

Avevi mai notato l’arcobaleno nelle fontane?

Non hai più una meta bensì un equilibrio da raggiungere, da mantenere e di cui godere.

Nel momento in cui rallenti il normale è narrazione, il bello è divino, il brutto è sfumatura. La realtà è un quadro di cui stai contemplando i particolari.

Cammini finalmente al tuo ritmo, falcata più profonda e misurata, conscio del tuo passo.

Nel momento in cui rallenti le parole si mettono al tuo fianco, non devono più rincorrere la tua frenetica distrazione, possono finalmente prenderti sottobraccio e sussurrarti all’orecchio come amanti che tornano a parlarti solo quando termini la sfuriata. Loro ti conoscono, sanno che meriti la loro considerazione solo quando rallenti. Ricorda, tieni stretto il loro braccio più che puoi perché ti aiuteranno a mantenere quel ritmo a lungo. Più tardi ti farai riassorbire dalla velocità, più cose potranno dirti.

Datti il tempo per rallentare, trova i minuti e ascolta il metronomo. Le occasioni saranno poche e l’equilibrio svanirà presto.