Testa vuota

[Flussi]

Dentro questo palloncino

ho soffiato pensieri e dolori

vorticosi discorsi che posso percepire

ma che non so pronunciare

li sento sulla pelle

ne gusto forma e sapore

eppure spiegarli a parole, quello, proprio no.

Questo palloncino vola e sorvola

vorrebbe salire sempre più in alto

le vertigini non gli bastano mai

ma è attaccato a un collo stretto che lo tiene giù

di notte sogna un ago che lo faccia scoppiare

e liberi tutto quello che turbineggia

dentro questa testa vuota.

Spremiagrumi

[Flussi]

Spiegami un po’ il senso, quando tutto intorno è pianura, di voler per forza costruire una collina, che montagna non sarà mai, e che assomiglia più a un tumulo.

Spiegami un po’ il senso di questa spremitura ottusa, quando ormai è rimasto solo il bianco e la buccia si fa fina e fragile.

Spiegami un po’ il senso di continuare a scrivere, quando non si ha nulla da scrivere.

Detriti

[Flussi]

Clicco play e sullo schermo appaiono montagne di detriti accumulati su palmi aperti, protesi verso un pubblico in attesa di download.

Proposta di un pasto non richiesto, indigesto, servito con la delicatezza riservata alle oche condannate ad essere innaffiate con Madeira.

Delirio loro, delirio mio, delirio a senso alternato e con destinazioni opposte. Rette parallele sprezzanti, disprezzanti, dispiegamenti di ali spiumate in picchiata verso il suolo, verso detriti di parole.

Tutto questo per dire che

[Flussi]

Vivo in città, eppure davanti a un fiume, due a dirla tutta. Confluiscono a pochi metri dal portone di casa e stamattina l’acqua era limpida, osando un po’ si potrebbe definire tersa.

Mi fa sempre uno strano effetto, quasi fosse un assurdo controsenso osservare questo gioco di trasparenze e riflessi, quest’arte, quando pochi metri prima ho inveito contro un suv che non si è fermato sulle strisce.

Stamattina poi, mentre passavo e guardavo, un’anatra è ammarata – affiumata? – e mi sono sentito quasi osservato, pieno nel mio egocentrismo naturale, al centro di un quadro futurista in movimento solo nella mia testa.

Tutto questo per dire che vivo vicino a un fiume, stamattina l’acqua era tersa, un’anatra è affiumata e io ero felice.

Sul pericolo di rileggere i propri testi a distanza di anni e sull’abuso di verbi riflessivi

[Flussi]

Rileggersi e non riconoscersi.

Ricordarsi solo di rimbalzo delle parole scritte pochi mesi prima, come un narciso smemorato che ammicca allo sconosciuto riflesso nello specchio, come un cane che prova un’attrazione infrenabile ogni volta che si gira e vede la propria coda.

Riprendere in mano testi passati.

Ricercarsi, ritrovarsi in parte, eppure riscoprirsi, come se il tempo passato in barrique abbia reso più complesso il sapore, come se barra spaziatrice dopo barra spaziatrice il senso del gusto abbia affinato la percezione di se stessi.

Insomma, riaprire certi file word può fare strani scherzi, ché non siamo più quello che eravamo un secondo fa, un secondo fa, un secondo fa.

Scribacchino

[Flussi]

Sai quando senti d’aver perso quel certo non so che,

quella morbidezza di pensiero?

Quando pensi di voler scrivere

e t’incagli,

cetaceo arenato che sogna il mare

e respira sabbia.

Dico a te, scribacchino,

lo sai, no?

Quando senti vetro liscio intorno a te,

quando la voglia è alla gogna, esposta e colpevole,

catene

che pesano sul collo e sui sogni,

segnano i polsi fino alle vene.

Dimmi, cosa fai?

Conosci un qualche trucchetto magico?

Ti affidi a qualche rito, a qualche pensiero, a qualche Dio?

Parla, scribacchino, che di scrivere non ne sei più capace.

Da qui

[Flussi]

Non fa rumore la città, qui che i motori sono solo un’eco cupa, distanti come un temporale che se ne va.

Non acceca la città, qui che le luci sono quelle del cielo, qui che i tramonti sono tanto saturi da scoppiare.

Non soffoca la città, qui dove l’aria è seria e imbavaglia il respiro, qui dove il freddo ghiaccia le dita che cercano riparo nelle tasche.

Non comprime la città, qui dove gli spazi sono ampi come risa, qui che le strade sono appena accennate, qui che i muri sono rami.

Da qui sembra lontana la città, tanto da illudere, per un solo attimo, di non esserne circondato.

C’è una lavagna

[Flussi]

C’è una lavagna che attende di essere cancellata.

La polvere di gesso sente che la sua ora è giunta, chiude gli occhi e si aggrappa al nero più forte che può, con tutta la tenacia che gli permettono le sue dita di solfato di calcio.

Calamite e cartoline si abbracciano e si dicono addio, versano lacrime che cadono su un pavimento lontano ed evaporano immediatamente.

Parole e disegni scrivono testamenti, memoriali, autobiografie che consegnano ai posteri, che non si dica che sono andate via senza lasciar traccia.

Un cancellino avanza con il capo chino, coperto d’un cencio scuro che ne nasconde il volto; con un po’ d’attenzione se ne può percepire il tremolio, l’indecisione del boia.

La lavagna guarda fisso di fronte a sé, intenzionata a sopportare il dolore e la perdita con la dignità d’una dea, con la fermezza d’una lastra di ardesia.

C’è una lavagna che attende di essere riscritta.

Nuovi contenuti disponibili

[Flussi]

Cerco parole che parlino di me

trovo solo immagini difficili, retoriche, già masticate

spulcio distratto in attesa di una conferma

tra le dita echi di cortile che raggiungono il me bambino rannicchiato in un angolo lontano

come se non volessi giocare con loro

come se niente mi assomigliasse.

Tu lo sai?

[Flussi]

Dove porta quest’eterno battibecco tra cinismo e dolore, che muove le dita,

le lacrime,

che tira giù le serrande e tira dentro i panni,

che lascia solo piccoli spiragli da cui sbirciare ciò che capita all’esterno,

al sicuro,

nel proprio pantano?

Quanto costa questa scostante comunicazione di vasi comunicanti,

accomunati,

solo da una striscia di DNA, niente più che un elenco di colori,

di ricordi,

che sfumano nel nulla?

Come finirà questo delirante saliscendi senza meta,

senza senso,

che si tuffa dal bordo di uno foglio e fa pluf in un mare calmo,

oleoso,

e rimane sul pelo dell’acqua, come una piuma,

come un senso di colpa?